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1903 – Il Genoa fa cinquina – I^ parte

Premessa

Nella sesta edizione del “Massimo” torneo di football vi è da segnalare la riduzione del numero di società partecipanti. Delle otto squadre, che l’anno precedente avevano segnato il record di iscrizioni, solo sei si ripresentarono all’edizione successiva. Ancora una volta a spuntarla in finale sono i Grifoni liguri (quinto scudetto della storia) che questa volta fanno un solo boccone della Juventus che, a suon di gol, si era presentata all’appuntamento finale. Teatro dell’evento fu ancora una volta il mitico campo di Ponte Carrega,  dove i torinesi tentarono invano di interrompere lo strapotere rossoblu.

Dall’Italia all’estero

Il calcio in Italia continuava a svilupparsi ininterrottamente e l’aumentare dei proseliti mostrava come questo sport da qui in avanti era destinato a non avere rivali sia in fatto di numeri che nella notorietà. Infatti, ben presto, non sarebbe passato inosservato neanche dal punto, di vista oltre che dell’informazione (carta stampata e poi media), anche da quello economico tanto da essere riorganizzato e assumere i connotati di professionismo. Intanto però, si sentì il bisogno di cominciare a portare questo entusiasmo anche al di fuori dei confini italiani, attraverso quelle che furono considerate le prime vere e proprie tournée estere da parte delle squadre più blasonate del nostro campionato.  E’ il caso del Genoa, pluridecorato squadrone italiano che sentì l’esigenza di confrontarsi con società non italiane; il primo club italiano dunque, a provare l’esperienza estera. La partita, che rappresentò la prima di una lunga serie, avvenne il 27 aprile del 1903 e si giocò a Nizza. I liguri affrontarono la squadra locale del Football Velo Club Nizza espugnando il campo “nemico” con un secco 3 a 0. I grifoni, per questa prima amichevole estera, non dovettero di certo percorrere molti chilometri, (Nizza, infatti, è situato nelle vicinanze della città di Genova), ma fu un’esperienza importante che sottolineava come il calcio faceva proseliti ormai ovunque. Le cronache del tempo in sé ad avere una grande eco, tanto da raccontare come questi viaggi avevano tutt’altro che un aspetto professionale. Nella maggior parte dei casi venivano consumati “amichevoli” pasti a bordo campo e delle volte all’interno del campo stesso. I giocatori a seguito avevano mogli e fidanzate e tutto si svolgeva in puro stile “pionieristico“; atteggiamento questo, figlio di quei tempi di calcio assolutamente “scanzonato” all’insegna del puro divertimento e della goliardia.

Meno squadre più calcio

L’edizione del campionato di calcio italiano 1903 si segnalava, innanzitutto, per un passo indietro in termini di iscrizioni societarie. Dal precedente record di otto partecipanti si passò a quello di sei. A contendere al Genoa campione in carica il titolo nazionale si trovarono contro: F.C. Torinese, Milan, Juventus, Audace Torino e la matricola Andrea Doria che rappresentò la seconda squadra ligure della storia dopo l’avvento del mitico Genoa, capace ormai di grandi imprese. In questa era fatta di esperimenti e confusione, definita appunto l’era dei “pionieri” del calcio, non si adottavano ancora particolari moduli (per lo più si cercava di imitare quelli già sperimentati con successo nel campionato inglese), né esistevano tempi e modi per svolgere regolari allenamenti. Ci si vedeva di tanto in tanto in giro o prima della partita del giorno per fare qualche esercizio ginnico di riscaldamento. Nonostante la mancanza del professionismo e, come più volte ripetuto, il diminuire delle partecipanti, l’edizione del 1903 segnò un cambio di rotta nella visione del gioco e dei valori espressi in campo. Le squadre mostrarono maggiore qualità tanto da cominciare a far parlare la critica, in modo positivo, delle partite disputate in Italia. Dunque minor numero di squadre ma più qualità nel gioco. Questo avvenne poiché gli anni di esperienza accumulati, l’incremento di spettatori sugli spalti e l’aumento di iscritti al nuovo sport cominciarono a far circolare oltre che l’esigenza di esprimersi al meglio in campo, per evitare le brutte figure, quella di impegnarsi a fondo per ritagliarsi uno spazio importante nella storia del calcio.

Girolamo Ferlito