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Un saluto al Signor G

8 Maggio 2008, di Eleonora Tosco  Stampa articolo Segnala articolo  

Giorgio Gaber..Vorrei essere libero, libero come un uomo..
E’ questa la frase con cui il più delle volte ci torna alla mente un grande artista italiano. Sotto l’ombra delle sue parole, Giorgio Gaber si è sempre distinto per la coerenza nel difendere una nuova e innovativa idea di musica volta alla riflessione, che insinui garbatamente nel pubblico il desiderio di mettere in dubbio la realtà sociale e politica che lo circonda.

La carriera del signor G si distacca presto dall’ambiente televisivo per abbracciare con sempre più impegno una nuova realtà, fatta di testi più profondi, scritti a quattro mani con il pittore viareggino Luporini, che desiderano toccare la sensibilità di chi ascolta. Negli anni ‘70 nasce il teatro canzone e inizia la seconda parte della carriera di questo poeta della musica. Un palco, le note e la calda voce di Giorgio che danza tra melodia e parole. Egli affascina chi lo ascolta, elegante e schietto, ironico e frizzante riesce a far affezionare tutti al personaggio del signor G e ad ogni sua canzone.

La libertà è partecipazione” diceva cantando, e lo diceva a noi tutti, in anni in cui gli allarmismi sociali erano molti così come la necessità di una partecipazione attiva della gente nei confronti dei problemi della comunità. Col passare degli anni, non ha smesso di cantare, di raccontare la filosofia del suo credo, anche se sempre più chiuso in sé stesso, sempre meno ironico e più sarcastico, deluso da una classe politica che ha svelato in tutti quegli anni il suo vero volto e ha tolto al gabbiano della pura ideologia anche “l’intenzione del volo”.

Qualcuno ha finito con l’accusarlo di intellettualismo eccessivo negli ultimi anni di produzione, ma in lui non vi è mai stata arroganza. Fino all’ultimo ha partecipato attivamente ai dolori, le gioie e le incoerenze della sua Italia per cui non ha mai smesso di cantare anche se meno allegramente. In toni più nostalgici, ha continuato a parlarci di noi e non ha mai smesso di sperare nei valori umani più puri. Il gabbiano non ha più volato certo..ma benché “ipotetico” è rimasto sempre un gabbiano. Il primo Gennaio 2003, ha salutato il nuovo anno ed è sceso definitivamente da un palcoscenico dove non si sono mai spente le luci della memoria. A noi che lo amiamo, piace ricordarlo così: con la sua ironia rivoluzionaria e travolgente, con la sua capacità di farci riflettere, impegnarci e indignarci.

Vogliamo ricordalo per le sue poesie che danzano tra monologo e canzone. Amiamo ricordarlo, per ogni singolo pensiero che ci ha fatto emozionare e versare qualche lacrima.Di certo, se come cantava lui, la vera essenza dell’ideale dell’appartenenza “è avere gli altri dentro di sé “, allora quest artista, considerato come e quanto abbia saputo sopravvivere nelle memorie di chi lo ha amato ed insinuarsi nella curiosità di chi non ha potuto conoscerlo, di certo ci appartiene.

Eleonora Tosco

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