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Lo Schiaffo è un periodico telematico di approfondimento e opinione con pubblicazione mensile. In corso di registrazione

Irriverenti, bastarde, tenere figlie di Giunone

Juno La notte degli Oscar raramente è una sorpresa per i rappresentanti dello show business o addirittura per il pubblico. La maggior parte dei premi è già stato assegnato in virtù di precisi giochi di potere tra produttori, major e incassi, ma quest’anno abbiamo assistito al colpo di scena di Juno, inaspettato film indipendente che si è aggiudicato l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale ad opera di Diablo Cody, pseudonimo dietro cui si cela Brook Busey, nata a Chicago trent’anni fa, telefonista erotica, spogliarellista e titolare di un blog, The Pussy Ranch, grazie al quale il produttore Mason Novick l’ha scovata e scritturata, godendo dell’appoggio del regista Jason Reitman, classe 1977, che ha esordito nel 2006 con lo strepitoso Thank you for smoking. Tutto in Juno è leggerezza e divertente eccentricità: la protagonista, la bravissima Ellen Page, è una sedicenne di nome Juno MacDuff che rimane incinta dopo il primo e unico rapporto sessuale con il timido ed esitante amico-fidanzatino Paulie Bleeker; consapevole di non poter tenere il bambino, in un primo momento sceglie l’aborto, ma scappa dalla squallida clinica e opta per l’adozione, iniziando la ricerca della coppia “perfetta” insieme all’amica del cuore Leah. I candidati, in apparenza ideali, vengono individuati nei benestanti e chic Vanessa e Mark, con il quale Juno intraprenda un’amicizia segreta in nome della musica rock e dei film horror. Ma Juno ben presto scopre che la perfezione non esiste, e quando la coppia si sgretola deve prendere una decisione, sempre circondata dal sostegno del padre e della solidale matrigna. Un tema, quello dell’aborto e della gravidanza, che oggigiorno è tornato alla ribalta dopo la messa in discussione della legge 194/1978, in questa sede trattato con levità attraverso dialoghi smaglianti, personaggi ben delineati, un delizioso contorno musicale, scenografico, costumistico in cui oggetti, abbigliamenti, dettagli costituiscono un definito connubio adolescenziale di rabbia e dolcezza, originalità e arroganza. In molti hanno parlato di “commediola” relegandola a una critica semplicistica che ne liquida forma e contenuto in un giudizio di scarsa sostanza e verosimiglianza, io invece vorrei sottolineare la freschezza e la libertà di un film scritto, diretto, interpretato, prodotto -finalmente!- da una generazione giovane, consapevole, che non si rifà ai vecchi stereotipi ma aggiorna con modernità e delicatezza un argomento politico e controverso che però, come nel caso di Persepolis, possiede anche il sacrosanto diritto all’ironia.

Alice Briscese Coletti



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