Pubblicato il: 14 Agosto, 2010

“Acciaio”: la provincia italiana all’epoca della TV

Acciaio - Silvia AvalloneSilvia Avallone è in giro per l’Italia con il suo “Acciaio”. Il 9 Agosto ha fatto tappa a Catania. Ha 26 anni. E poi, la voglia di illustrare al pubblico personaggi e motivi letterari è quella del primo libro. E’ facile per la brava Maria Lombardo intervistarla; le domande scivolano via con semplicità, e Avallone dà sempre risposte inaspettate. «Via Stalingrado a Piombino, ad un passo dalle Acciaierie Lucchini, è l’archetipo della provincia italiana nell’epoca in cui le fabbriche chiudono», premette la scrittrice. Già, un nonluogo come tanti altri: «periferia con casermoni popolari sprovvisti di biblioteche, cinema e luoghi d’aggregazione», precisa. A risuonare fra i palazzi c’è solo la voce della TV, onnipresente, con i suoi modelli e la sua visione del mondo. Nei cortili in basso una gioventù annoiata, troppo povera per la danza o la scuola calcio e troppo ricca per non annoiarsi, sperimenta il male di vivere dell’adolescenza e, non di rado, la droga e l’alcool. Sono i figli degli operai della Lucchini: la fabbrica con tre altoforni dismessi e duemila operai, dove prima ce n’erano ventimila. Attorno all’Afo4 c’è l’inferno dell’acciaieria. Gli operai sniffano coca per tenere i ritmi al lavoro e la sniffano poi alla sera, per non sentire la fatica. Come Alessio, il giovane fratello di una delle due protagoniste. «E’ un romanzo corale», spiega l’autrice. Come darle torto? La vicenda di Anna e Silvia sembra un racconto d’appendice accanto al grande affresco del disagio e della disillusione di due generazioni d’italiani. Non per questo è privo di forza: «Racconto com’è difficile crescere in una società in cui si vince, come ci spiegano i media, se si è belli». La violenza dell’Acciaio ritorna nel rapporto fra adolescenti e tabù sessuale. Spiega Avallone: «La prima misura della violenza si vive da adolescenti, nel confronto fra bellezza e non bellezza». E’ qualcosa che arriva all’improvviso, che Anna e Silvia non fanno nulla per meritare: «A 14 anni sentono di esistere, solo in quanto belle. L’adolescenza è un’età amorale. Finché non giunge la cognizione del dolore non si può avere coscienza di sé». La potente descrizione della fabbrica è il collante dell’intero universo simbolico del romanzo: «Punto a parlare del lavoro produttivo, del lavoro vero. E’ un mondo di cui non si parla. Ci parlano della Finanza, che è qualcosa di astratto e di lontano dalla materialità del lavoro». L’Acciaio risplende su tutto, come metafora dell’età – non solo anagrafica – della violenza.

Enrico Sciuto

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