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Adolescenti: identificarsi con una “k”

9 dicembre 2011, di   Stampa articolo Segnala articolo  

Nuove espressioni, modi di dire, di fare, di comportarsi, di parlare: già da diversi anni la mania da “tvb” impazza per la penisola, a tal punto che si può dire che i giovani abbiano creato una sorta di comunicazione all’interno della comunicazione.

Ma partiamo dall’inizio: tutto è partito dalla necessità dei giovani di dire tutto il più velocemente ed il più economicamente possibile. In un’“epoca” in cui ancora facebook non c’era e l’unica risorsa erano i telefoni cellulari, è nato il cosiddetto “linguaggio da sms”: una sorta di italiano ridotto, con vocali sottintese e parole intere sostituite da poche sillabe o addirittura da una sola lettera. Alle più costose chiamate, infatti, i giovanissimi hanno sempre preferito i messaggi, tanti e fitti perché la comunicazione potesse davvero riprodurre il parlato. Inoltre, la tecnica dell’abbreviare le parole permette anche di utilizzare meno caratteri: così si può restringere un discorso che supera le 160 battute (e, quindi, che costa 15 centesimi in più) e farlo rientrare nei parametri di costo minori. Partita, quindi, per un semplice motivo pratico, ben presto l’abbreviazione delle parole è diventata una vera e propria moda da utilizzare in maniera abituale: una mania, un modo di fare, di riconoscimento e di distinzione di un’intera classe, quella degli adolescenti. E, mentre il suono più duro della “c” veniva velocemente sostituito dalla “k” ed i congiuntivi si trasformavano in indicativi, quelli che erano suoni sottintesi si sono trasformati in una vera e propria lingua, che in comune con l’italiano ha solo i rudimenti principali. Essa si compone di espressioni tutte nuove, spesso differenti da zona a zona e da gruppetto di amici a gruppetto di amici, di vocaboli adottati dall’inglese ed italianizzati e dal linguaggio entrato nella nostra vita assieme all’uso del computer: “taggare”, “linkare”, “chattare” sono solo gli esempi più comuni. L’avvento di facebook ha poi consacrato questo nuovo modo di comunicare in stile di vita, e leggendo i messaggi che si scambiano tra loro i più giovani ci si rende conto di quanto essi siano ormai lontani dal modo di esprimersi che invece usano gli adulti. Questi, a loro volta, cercano con più o meno successo di “entrare” nell’ottica dei giovani e delle loro nuove espressioni, solitamente senza riuscirci: loro stessi sono i primi a giudicare i genitori ridicoli se questi provano a parlare la loro lingua, questo perché sarebbe come violare il loro segreto. Questa sorta di “italiano dentro all’italiano”, infatti, serve in primis ad identificare gli individui appartenenti ad una stessa generazione e, nel particolare, ad uno stesso gruppo di amicizie. Insomma, saranno queste per sempre ricordate come le annate delle “k”? Probabilmente no: gli adolescenti avranno sempre un diverso modo per comunicare senza essere compresi dagli adulti e per identificarsi, ma prima o poi, purtroppo o per fortuna, tutti i quattordicenni crescono.

Sara Servadei

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