Pubblicato il: 20 Gennaio, 2009

Britpop, 1995: l’anno della consacrazione – II^ parte

britpop_newNello stesso mese l’opinione pubblica comincia ad occuparsi dei due eventi dell’anno, il nuovo album dei Blur e la nuova fatica degli Oasis. Per puri fini commerciali, come negli anni ’60 era stata creato il conflitto tra Beatles e Rolling Stones, così i media creano la rivalità tra il gruppo dei fratelli Gallagher, i Beatles della decade, e i Blur, che Rolling Stones non sono, ma, inspiegabilmente, e a torto, vengono considerati più lontani dall’estetica dei quattro di Liverpool. Pur accontentando i rispettivi management e le rispettive case discografiche, “Purché se ne parli” si dice, una polemica inizialmente fittizia sfocia in uno conflitto duro, fatto di sparate mezzo stampa e colpi bassi. Gli scontri tra  i due gruppi, da musicali, diventano personali. Attaccato da accuse di plagio, Noel Gallagher augura ai Blur, non a tutti, solo a due, una morte per Aids. Smentirà, in seguito, ma il danno è fatto. In un tale clima ai primi di Agosto, si pubblicano Country House, dei Blur, e Roll with it, degli Oasis, la stessa settimana, lo stesso giorno, un duello all’O.K. Corral. I due singoli vendono, complessivamente, quasi 600.000 unità, ma la spunta Country House. Noel Gallagher, impaziente di infilare una serie di numeri uno per raggiungere il record dei Beatles, è furioso, minaccia di lasciare la casa discografica che, a suo dire, non l’avrebbe difeso. I Blur sghignazzano, soddisfatti della felice mossa di marketing di mettere in vendita copie differenti del singolo, con contenuti diversificati, obbligando i fan affezionati a un acquisto multiplo; il piano preparato tempo avanti, mettere in commercio copie fittizie di Roll with it con cd squagliabile e d’odore nauseabondo, fortunatamente, non è stato necessario. Ma la gloria passa in fretta. Se con un singolo si è vinta una battaglia, la guerra degli album avrà esito diverso. The Great Escape, titolo tratto dall’omonimo film di Steve Mcqueen, pur essendo, probabilmente, l’album più completo dell’epopea della cool britannia, non sfonderà completamente. Il singolo apparentemente spensierato, ma cinicamente stressato, Country House, spinge inizialmente il disco, destinato però ai banchi di sabbia successivi. Charmless man pur possedendo una naturale attrattiva melodica, non riesce a mantenere alto l’album, né riuscirà nell’impresa la successiva The Universal, inizialmente concepita come canzone dai ritmi ska, ed invece sviluppata in un sublime ed orchestrale arazzo di un mondo futuro totalitario e globalizzato.  L’album, più ambizioso, vario ed orchestrale rispetto ai precedenti contiene altre gemme degne di menzione,  quali la breve ma introspettiva Ernold Same, la baggy Sterotypes e la ballata di chiusa Yuko & Hiro, soavemente arrangiata con un controcanto nipponico fiabesco. A partire dalla citazione statunitense nel titolo, l’album risulta essere di rottura rispetto a prodotti musicali del periodo.  Pur apparendo compatto nelle melodie ricercate, nei giri di chitarra coxoniani, paga dazio al dissidio interno (Albarn vs. Coxon, mente contro braccio), i cui risultati appariranno palesi da lì a pochi anni. L’effetto straniante è inoltre ingigantito dalla grafica del booklet, i quattro membri del gruppo diventano impiegati seri e benvestiti grazie a un trucco impeccabile, che sottolinea, con l’ironia tipica del quartetto londinese, una profonda distanza dalla burberità dell’ascoltatore medio britannico del 1995. Una scelta rischiosa, dettata probabilmente più da considerazioni artistiche che commerciali, apparentemente in antitesi con i fratelli più famosi d’Inghilterra, i Gallagher .L’uscita ad Aprile del primo singolo Some might say non aveva placato la sete diffusa di Oasis. Era chiaro che, come anticipato da Noel, il suono del secondo album sarebbe stato diverso, e il singolo, un evidente plagio di Get it on dei T-rex, lo dimostrava, sonorità più morbide, rotonde, imponenti, meno arrabbiate, ma più avvolgenti.

La successiva Roll with it, indirettamente dedicata al bizzoso fratello, confermava la svolta. Parlando dell’album, Gallagher senior lo aveva descritto come “Stare sdraiato su un amaca fumandosi uno spinello e andare in giro a Londra con una molotov in mano”. Londra, appunto, il luogo a cui fai riferimento la copertina del disco, Berwick street, Soho, stradina di negozietti di musica indipendente, la vera musica, il substrato culturale da cui i fratelli Gallagher erano sorti brandendo il pennacchio recante in punta, svolazzante, la Union Jack. Alla pubblicazione di (What’s the story) Morning Glory la critica musicale, però, esterrefatta, storce il naso. NME, iniziale sostenitore del talento dei fratelloni mancuniani, definisce l’album mediocre. A spazzare via i dubbi sulla bontà artistica dell’opera, arriva l’immenso successo commerciale veicolato da Wonderwall, struggente ballata d’amore, dedicata da Noel alla sua ragazza di allora. È l’Ottobre 1995, la casa discografica è costretta ad istituire turni doppi di stampaggio del singolo. Spinta da un incessante propaganda video su MTV, la canzone, pur senza mai raggiungere il numero 1 delle classifiche inglesi, riesce nel difficile compito di oltrepassare i confini di un ascolto prettamente giovanile, rendendo gli Oasis non più un gruppo musicale, ma IL gruppo musicale del momento, rendendo più calzanti i paragoni coi Beatles: la gente telefona ai centralini delle stazioni radio chiedendo che venga messa in onda “quella canzone, mai sentita prima, del quartetto di Liverpool”. Wonderwall, citazione, e come si sbaglia, di un’opera di George Harrison del 1968, Wonderwall music, è la ciliegia sulla torta di un album più raffinato e malinconico rispetto al primo arrabbiato e diretto Definitely Maybe. L’approccio totalmente elettrico dell’opera prima, con l’unica eccezione di Married with children, è sconfessato in (What’s the story) Morning glory, nome tratto da un incredibile gioco di parole in slang; oltre a Wonderwall, anche Cast no shadow e Champagne Supernova sono smaccatamente di impostazione acustica. Il primo album, sfrontato e rancoroso, si proponeva petto in fuori e denti digrignati mostrando malcontento e disillusione, il secondo appare ben più maturo, più calmo, più riflessivo, come se fossero passati molto più di due anni dall’opera precedente. Dopo la sbornia di successo, di donne e coca, di cui gli Oasis non denigreranno mai, fino a tempi recenti, l’uso ed abuso, Morning Glory mette da parte lo sguardo al presente per fermarsi e guardare indietro un attimo. Don’t look back in Anger, “Non ricordare con rabbia” (il nome viene dalla piece teatrale Look back in Anger, opera del drammaturgo John Osborne, morto nel 1994), accanto all’ennesima citazione di stampo beatlesiano, il piano di Imagine nell’incipit del pezzo, dipinge malinconicamente l’affresco di un distacco, Feel no shame, certamente una delle canzoni minori dell’album, è la resa in note di un tirar di conto personale, la suite finale Champagne Supernova (“Scritta mentre vedevo un documentario sullo champagne”, dirà poi a posteriori Noel), una Stairway to Heaven, per parola dell’autore, senza folletti e cazzate varie, si conclude, con un distico epocale, “Dove eravate mentre noi ci sballavamo?”.


Federico Didoni

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