Pubblicato il: 25 ottobre, 2012

“Civili, eccovi il conto delle nostre guerre”

bambini-guerraI rapporti tra Eritrea sono tesi fin dai tempi della decolonizzazione, la guerra tra India e Pakistan, che si contendono il territorio del Kashmir, prosegue da diversi decenni ed ha causato centomila morti solo negli ultimi quindici anni e fin dall’istituzione dello stato di Israele, all’indomani della seconda guerra mondiale, esso è sempre stato teatro di sanguinosi scontri, specialmente con la Palestina. Questi sono solo alcuni esempi delle guerre che si combattono oggi nel mondo e che continuano a mietere centinaia di migliaia di vittime. Oggi ci sono ben più di 50 conflitti in corso, soprattutto in Africa, Asia e Medio Oriente. Sono molto diffusi soprattutto tra i paesi del terzo o quarto mondo, dove la popolazione si ritrova già a vivere in condizioni pessime. Dal loro inizio hanno già provocato ben 1.642.920 morti, soprattutto tra i civili. Di questi, più di un terzo provengono dalla sola Africa, la quale nemmeno dopo la fine dei domini europei ha trovato la pace sperata, ma anzi è animata da una grande quantità di guerre civili e tra stati confinanti.

Per altro che, dopo la prima guerra mondiale, si può dire che i meccanismi dei conflitti siano cambiati: non si tratta più di due stati schierati che decimano l’uno i soldati dell’altro, ma gli obiettivi delle armi da fuoco sono diventati i civili. Ciò è testimoniato, ad esempio, dalla guerra di Corea, dove solo il 16% delle vittime era formato dai combattenti. Mediamente, infatti, si calcola che su 100 morti, solo 7 sono soldati: si parla dunque di ben 93 civili, tra cui in media 34 bambini. Oltre al fatto che una guerra –specialmente di questa tipologia- ha conseguenze terribili anche dopo la sua fine: ne sono un esempio i nascituri deformati in Vietnam, o tutte le vittime delle mine rimaste inesplose in Kosovo.

Alle guerre vere e proprie si aggiungono gli innumerevoli movimenti indipendentisti, i quali stanno prendendo sempre più piede nella cronaca nera internazionale a causa delle azioni ribelli e violente, volte a far concentrare su di sé le attenzioni internazionali grazie ad enormi stragi di innocenti.

Al fronte di tutto ciò, le conclusioni sono tanto ovvie quanto amare: le guerre decise dai potenti sono la morte di milioni di vite che niente avevano a che fare con esse. Una conclusione che oramai ci appare scontata, ma che non lo è: non dovremmo mai smettere di indignarci per questi numeri che un tempo erano vite. E se la fine di ogni guerra è un obiettivo che appare irraggiungibile, per lo meno ogni stato dovrebbe ricordare –con la dedizione con cui si onorano le 2752 vittime dell’11 settembre- le morti che sono avvenute ed avvengono ogni giorno tra gli uomini di altre culture ed a migliaia di chilometri dalle nostre vite tranquille: perché questa “cultura della guerra” deve finire per lasciare il posto all’era della “cultura dell’uomo”, basata sul rispetto, la pace e, soprattutto, l’inviolabile importanza di ogni vita in quanto tale.

Sara Servadei

 

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