Pubblicato il: 25 Gennaio, 2008

Cuffaro condannato, ma non per mafia

cuffaro_condannatoAiutare esponenti illustri legati alla mafia, secondo la legge, non significa aiutare Cosa Nostra.

Ha esultato, ha pianto di gioia, ha abbracciato e baciato tutti, proprio tutti, come al solito. Come se fosse stato assolto. Come se la sua fedina penale fosse rimasta completamente pulita. Salvatore Cuffaro, presidente della Regione Siciliana, è stato condannato a cinque anni (degli otto chiesti dai pm) di reclusione con l’interdizione dai pubblici uffici per il reato di favoreggiamento semplice. L’aggravante mafiosa è caduta per la gioia di Totò e di tutti quei fedeli che hanno pregato per lui con veglie varie organizzate tra le chiese di Palermo.

Ha rivelato notizie riservate sulle inchieste della Procura grazie alla sua rete di talpe, ha aiutato l’imprenditore della sanità mafiosa Michele Aiello (condannato a 14 anni) ed il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro ad eludere le indagini, a scovare le cimici che li hanno, nonostante tutto, incastrati. Un cittadino qualunque non avrebbe dubbi riguardo il favoreggiamento alla mafia. Ed invece no. Cuffaro è colpevole di aver passato notizie riservate non all’organizzazione Cosa Nostra in quanto tale, ma a singoli personaggi. Tra questi anche Domenico Miceli, Salvatore Aragona, Vincenzo Greco. Ma per i cittadini onesti poco cambia. “Pazienza” si dicono, d’altronde la giustizia e le leggi italiane ultimamente non godono certamente di buona salute. Quanto abbia influito la vicenda Mastella sulla sentenza, non possiamo saperlo.

Nonostante quel marchio di favoreggiatore, il presidente afferma subito di voler andare avanti: “Non mi dimetto” sono le sue prime parole. E così tutti in fila a chiedere i favori du’ ziu Vasa Vasa: questi sono leciti, se nonostante la condanna, Cuffaro esulta. Ora si aspetta la sentenza di secondo grado, che forse con queste premesse potrà ridonare al governatore un’immagine d’oro, purificata d’ogni colpa. Per alcuni sono già salve la sua coscienza e coerenza. Le tanto promesse dimissioni in caso di condanna non sono arrivate. Doveva trattarsi esclusivamente di un reato di tipo mafioso, e secondo il tribunale, questo non lo è. Così eccolo sempre lì. Al suo posto, su quella poltrona che i siciliani gli hanno affidato, nonostante le accuse che erano già piovute su di lui. Ingenuità o collusione di un popolo? La frittata ormai è fatta.

Adesso sono in vista manifestazioni per invocare le dimissioni del presidente, che “ama la Sicilia e i siciliani”. La risposta al vecchio slogan elettorale del governatore regionale arriva proprio da Rita Borsellino: “Cuffaro avrebbe dovuto compiere un gesto d’amore e rassegnare le dimissioni, non costringere i siciliani ad essere identificati con un politico condannato e interdetto dai pubblici uffici“.

Gianluca Ricupati

 

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