Pubblicato il: 29 Maggio, 2009

Di riforma in riforma

processo-bolognaDieci anni fa, il processo di Bologna inaugurava la creazione di uno “spazio universitario europeo” nel quale, tra le altre cose, la mobilità transnazionale degli studenti e dei laureati sarebbe stata decisamente agevolata. Ciò che ha spinto l’Europa verso l’armonizzazione dei sistemi universitari nazionali è stata, in primo luogo, l’ambizione di promuovere una cooperazione internazionale a sostegno di una competizione positiva e di un migliore rendimento degli studenti. Ma qualcosa, purtroppo, sembra non aver funzionato correttamente. Tanto che oggi, a dieci anni dall’applicazione della riforma, le visioni ottimiste dei primissimi tempi sembrano sfumare lentamente.  Le ragioni di un simile “fallimento” risiedono probabilmente in un’errata interpretazione e applicazione di una riforma comunitaria a livello nazionale. È innegabile infatti che molti dei Paesi coinvolti abbiano avuto una particolare difficoltà ad adattarsi a direttive e standard internazionali, rinnovando così i sistemi preesistenti. In questo modo, l’organizzazione dei corsi e i programmi accademici del vecchio sistema sono stati semplicemente compressi così da rientrare in un ciclo di studi triennale piuttosto che nei cicli quadriennali o quinquennali previsti dal sistema precedente.  Il risultato? All’obiettivo principale di un aumento degli standard qualitativi, ha fatto seguito, invece,  una degenerazione delle conoscenze acquisite e una sottovalutazione generale da parte dell’opinione pubblica dei nuovi cicli di studi rispetto a quelli precedenti la riforma. Conseguenza inevitabile di questa situazione è inoltre il fatto che, spesso, si guardi ad una laurea triennale, e persino ad una specialistica, con una certa “diffidenza”, come se le competenze acquisite non fossero sufficienti alla creazione di una figura professionale. La nascita del cosiddetto “mercato delle conoscenze”, al fine di creare una stessa “moneta” (crediti formativi) sulla cui base equiparare i diversi insegnamenti a livello europeo, ha infine portato ad adottare un sistema che assegna ad ogni corso un peso e un’importanza proporzionati al numero di crediti che lo rappresentano, al di là del suo effettivo valore formativo. Tanto che l’intero percorso accademico sembra così essersi  ridotto in una sorta di “collezione delle conoscenze”.  Ma al di là di tutto, ciò che inquieta i giovani e offusca le loro speranze di un futuro professionale certo è soprattutto il fatto di trovarsi sempre più spesso in competizione con un esercito di neo-laureati prodotti senza sosta da questa nuova “fabbrica del sapere”Forse, allora, è davvero il momento di rendersi conto della necessità di rivalutare e riorganizzare l’attuale sistema universitario, offrendo ai giovani opportunità di formazione concrete, valide ed efficienti che li aiutino a costruire il futuro con più certezze e più ottimismo.

Francesca Licitra

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