Pubblicato il: 26 Marzo, 2010

Donne per le donne

Si chiama “comitato cento donne”, ha sede a Siracusa e ha come obiettivo principale quello di portare il punto di vista delle donne nel governo della città, proporre una visione di genere dei problemi che l’amministrazione comunale quotidianamente si trova ad affrontare. Due componenti del comitato si chiamano Lucia Storaci e Carmen Castelluccio, quest’ultima unica consigliere donna al Comune di Siracusa, e entrambe mi parlano della loro ultima battaglia: riaprire la casa rifugio per donne vittime di violenza. Aperta dal 2004 al 2007 la casa, proprietà della provincia di Siracusa, ha offerto un rifugio a decine di donne provenienti da tutta la Sicilia, ha dato lavoro ad altrettante persone, psicologi, assistenti sociali e educatori, vi hanno collaborato anche l’Associazione “La Nereide” e il Centro Antiviolenza della città, ma adesso è chiusa. Le donne vittime di violenze non possono più essere aiutate, chi vi lavorava è stato licenziato e l’edificio, nuovo e arredato, perfettamente funzionante, è rimasto, da tre anni ormai, abbandonato a se stesso, all’incuria e al vandalismo.

Che risposte avete avuto dalla Provincia e dal Comune?

–   (L. S.) E’ dal 2008 che sentiamo solo promesse, ma nel frattempo le donne vittime restano in mezzo ad una strada, impossibilitate ad uscire da quel circolo vizioso che si crea: si ha paura di denunciare perché non ci sono centri che possano accoglierle ed aiutarle a rifarsi una vita e quindi continuano a subire. E poi sentiamo dire addirittura ad una rappresentante delle politiche sociali al Comune che la casa rifugio non viene riaperta poiché il problema della violenza sulle donne nel nostro territorio “non emerge”. E’ assurdo il fenomeno purtroppo esiste e bisogna attrezzarsi per farlo emergere e contrastarlo attraverso serie politiche di prevenzione e di aiuto e di impiego di risorse.

–  (C. C.) La politica è concretezza e noi non abbiamo visto niente di concreto finora. Non ci sono i soldi per riaprirla, questo ci viene detto. L’assessore alle Pari Opportunità alla Provincia, Paola Consiglio, e il Presidente della Provincia ci avevano promesso di porre la riapertura della casa rifugio come una delle loro priorità. Ma nel frattempo sono trascorsi due anni e si sta procedendo al consueto scarica barile, molto usato in politica. Tutti devono sentirsi responsabili di questa situazione, dalla Regione ai sindaci dei comuni limitrofi che potrebbero usufruire della struttura anche se c’è da dire il comune di Siracusa, su mio emendamento, ha stanziato nel bilancio 2008 almeno 10mila euro per compartecipare alle spese della gestione della casa. Purtroppo questa piccola risorsa alla fine non ha trovato l’opportunità di essere destinata perché la casa è rimasta chiusa.

Come funziona una casa rifugio?

– (L. S.) Innanzi tutto si lavora in rete, nel senso che la donna che denuncia ha un primo approccio col territorio e qui entra in gioco il centro antiviolenza. Il centro indirizza le donne in una casa rifugio se è il caso. Se la casa manca spesso come si fa ad aiutarle?

Con quali iniziative sperate di cambiare le cose?

–  (C. C.) Stiamo fortemente appoggiando una proposta di legge e speriamo che venga approvata al più presto. Questa andrebbe a finanziare per l’80% i centri antiviolenza e le case d’accoglienza. Inoltre creerebbe delle borse lavoro per rendere le donne che denunciano indipendenti dall’uomo-padrone e incentivare così le querele, perché si sa, molte non si rivolgono ai centri perché non sanno dove andare e non hanno un lavoro. Rendendole autosufficienti economicamente si spera di far emergere ancora di più il problema.

– (L. S.) Abbiamo creato gruppi su Facebook e stiamo inoltre preparando una campagna per sensibilizzare l’opinione pubblica e il Presidente della Provincia, investendolo direttamente della questione. Faremo dei sit-in in piazza e ogni donna invierà al Presidente provinciale una cartolina per chiedere la riapertura della casa. Oltre a ciò coinvolgeremo dei testimonial per diffondere l’iniziativa in tutta la città e non solo.

Quindi la voglia di combattere non vi manca certamente.

–  (C. C.) Assolutamente no. Siamo amareggiate perché dicono che siamo tutti italiani ma questo è un territorio dove i politici non si assumono le proprie responsabilità, dove su alcune questioni non c’è affatto sensibilità.

–  (L. S.) Amareggiate si, ma non arrese. Più troveremo muri e ostacoli al nostro percorso più noi alzeremo la voce. Se si pensa che ogni settimana almeno due donne, come dichiarato dal primario del pronto soccorso di Siracusa, si recano in ospedale tumefatte in volto e nel corpo, dicendo di essere cadute dalle scale, la nostra rabbia cresce ancora di più al costatare l’inerzia di chi può fare qualcosa per loro e invece resta fermo a guardare. Noi non faremo lo stesso sbaglio.

Giuseppina Cuccia

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