Pubblicato il: 3 Dicembre, 2009

Enrico IV

image001Di Pirandello

Regia di Paolo Valerio
Con Ugo Pagliai, Paola Gassman.
Dal 27 Novembre al 3 dicembre
Stabile Stagione teatrale 2009-‘10
Teatro Ambasciatori

L’identità frantumata e riflessa in modo ossessivo su uno specchio deformante, attraverso il quale assumere aspetti ora grotteschi, ora inaspettati: sono tutti caratteri di un Teatro ibrido tra il crudo realismo e il sadico surrealismo (con il geniale esito del linguaggio dell’assurdo), che è  il teatro Pirandelliano. Enrico IV di Pirandello torna a calcare le scene sul palco del teatro Ambasciatori nell’attuale rassegna dello Stabile di Catania.

La storia è quella di un borghese che dopo una caduta da cavallo subisce un trauma che gli causerà la follia, una follia che equivale alla confusione tra il suo animo e i connotati di una mera maschera: la caduta, difatti, avviene il giorno in cui il protagonista, per un evento mondano, indossa gli abiti dell’imperatore Enrico IV. I parenti da quel momento accondiscendono al suo delirio, ricreando attorno a lui un ambiente consono allo storico imperatore, quale egli deve essere. Enrico IV, il protagonista, vivrà, inconsapevolmente, per ben 12 anni sotto sembianze che non gli appartengono, fino a quando non riacquisterà la lucidità e non continuerà a interpretare, stavolta consapevolmente, un altro sé, facendo credere ad altri che nulla è cambiato:

“Preferii restare pazzo e vivere con la più lucida coscienza la mia pazzia […]”

Ma chi è il vero dannato: colui che sa o colui che non sa? Sembra volerci dire questo Pirandello senza mai svelarcelo, e non ce lo svela nemmeno il regista Paolo Valerio che, poggiando sulla forza carismatica di un superbo Ugo Pagliai, inoltra questo dubbio esistenziale.

La scena si apre a partire dal 20° anno, con la comparsa di vecchie conoscenze nella vita del protagonista. Alla fine del dramma accade un omicidio che sancirà in modo definitivo la follia di Enrico IV.

Il registro del dramma pirandelliano, reso da Valerio, resta fedele a quello originario: si alternano toni tragici a quelli ironici, la riflessione subentra subito dopo una battuta divertente e si recepisce, come ci si attende vedendo in scena un testo di Pirandello,  un messaggio di estrema sospensione e sofferenza: quello dell’esistenza dell’uomo senza ragione, e quello della meccanicità dell’uomo senza follia. In entrambi i casi si è coscienti di una dolorosa assenza e l’identità, in questo vuoto, esterna il suo grido, spesso senza che nessuno riesca a decifrarla.

Sabina Corsaro

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