Pubblicato il: 6 Novembre, 2008

Era la polveriera d’Italia

E’ l’anno in cui la Sicilia vede fallire le sue città, emigrare la sua gioventù, offendere la sua dignità. Nessuna terra è stata mai oltraggiata come la nostra. Una modernizzazione senza modernità ha travolto interi territori, distruggendone le specificità, e ricambiando queste rinunce col sottosviluppo, come lo chiamano. Viviamo in un eterno presente senza passato, e perciò senza futuro, in tutto l’Occidente. Dentro questa generale amnesia, l’Italia non ha mai avuto una storia nazionale, e la Sicilia ha dismesso se stessa, smarrendo la propria strada. Serve rintracciare la cesura che, nelle vicende storiche isolane, separa il dispiegarsi di forme originali di progresso sociale, da questo deserto. Nella seconda metà del XIX secolo, l’economia siciliana si affaccia al moderno commercio internazionale. In tale frangente, entro la contraddizione tra arretratezza delle forze produttive e sfide della concorrenza, l’isola riesce a esprimere se stessa. Permangono il latifondo e l’agricoltura estensiva, ma si sviluppa un robusto settore agroindustriale, forte di peculiari condizioni ambientali.

Crescono lo sfruttamento dei braccianti e la proprietà assenteista, ma esplode, conseguentemente, un conflitto di classe sempre più cosciente. Le città si espandono disordinatamente, senza garanzie igienico-sanitarie, ma si assesta l’urbanizzazione, assegnando alla Sicilia il primato per più alto numero di città medie e grandi. Anche l’industria zolfifera e i cantieri navali, l’amministrazione statale e il sistema dei trasporti, favoriscono una forte stratificazione professionale. L’espansione economica genera un ricchissimo tessuto sociale e associativo. Sorgono migliaia di società operaie e di mutuo soccorso, mentre l’allargamento del suffragio, apre la via del protagonismo alle forze radicali e socialiste, nelle amministrazioni municipali. Questo è il quadro in cui la crisi economica internazionale di fine anni ’80, favorirà la politicizzazione dell’associazionismo mutualistico e la nascita dei Fasci Siciliani. Nella “polveriera d’Italia”, come piemontesi e borbonici avevano ribattezzato l’isola, nasce il primo movimento di massa dell’Italia unita. Ha una leadership dai chiari orientamenti socialisti, ma è straordinariamente composito; è un movimento municipale e rurale, operaio e contadino, socialista e liberal-radicale. Conta molti circoli e leghe operaie, ma riflette, in alcune realtà, interessi particolari di consorterie.

Gli studi meridionalistici e quelli più recenti non ne colgono l’originalità. Le opere di Romano e Renda hanno insistito sul suo aspetto rurale, connettendolo a una precisa fisionomia agraria e contadina, in un’ottica di riscatto della nascente “questione meridionale”. Le nuove interpretazioni, elaborate da storici catanesi come Giuseppe Barone, ne hanno invece colto le origini urbane e le caratterizzazioni operaie e municipali. Entrambe le letture scontano dei limiti: l’accentuazione del dualismo città-campagna e un bilancio storico-politico dell’esperienza assolutamente schematico. Il radicamento dei Fasci fu il prodotto del loro pluralismo sociale e politico, pur sotto la direzione di personalità socialiste. Coniugava le istanze di riforma agraria dei contadini con quelle di più equa distribuzione del carico fiscale dei ceti urbani. Il dualismo città-campagna non riflette la realtà siciliana dell’epoca, in cui le attività agricole erano connesse al ruolo commerciale e all’espansione delle città. La complessità del tessuto sociale dell’isola, è irriducibile a tali semplificazioni. Una delle ragioni dell’isolamento dei Fasci, che ne favorì la repressione, fu certamente l’irrigidimento del PSI verso le istanze dei contadini e dei piccoli proprietari, a favore dell’esclusiva rappresentanza politica dei braccianti.

Il tentativo di dividere il movimento, per linee ideologiche, ne ha favorito la sconfitta. E’ curioso che la storiografia adotti un analogo approccio. I Fasci Siciliani, con le loro istanze di modernizzazione del tessuto urbano e rurale, hanno puntato a un profondo rivolgimento dei rapporti di produzione nell’isola. Per la prima volta, operai e contadini, braccianti e artigiani, hanno esercitato i diritti previsti dallo Statuto, come quelli di associazione e riunione. Il diritto di sciopero, introdotto nel 1890, si è tramutato in pratica concreta. L’isolamento e la frustrazione di quelle rivendicazioni, hanno impedito ai capi fascianti di orientare la spinta del movimento, dispersasi in atti di violenza, fine a se stessi, che hanno fatto il gioco della repressione. I Fasci Siciliani hanno cambiato la storia d’Italia. Non importa quante delle loro istanze, siano state recepite dalle giunte municipali del popolarismo siciliano. La loro sconfitta, semmai, ci parla di oggi. Del deserto economico, morale e civile, che è la Sicilia di oggi.

Enrico Sciuto

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