Pubblicato il: 2 febbraio, 2011

Essere giornalisti, nonostante tutto: l’esempio di Josè Trovato

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In foto - il giornalista Josè Trovato
A soli trent’anni è consigliere regionale dell’Assostampa e uno dei giornalisti più apprezzati della provincia di Enna, oltre che per la sua bravura anche a causa della sua storia personale. Josè Trovato, infatti, è stato protagonista di una vicenda particolarmente inquietante: circa due anni fa ha subito intimidazioni di stampo mafioso solo ed esclusivamente per aver cercato di svolgere il suo lavoro di cronista. Il tutto, tra l’altro, nella sua città di origine, Leonforte. Ma Josè non ha mollato, come non mollano i tanti giornalisti che fanno parte della lista pubblicata ogni anno dall’Osservatorio Ossigeno, che raccoglie i nomi di chi decide di informare nonostante le minacce, nonostante tutto.

Josè, hai recentemente partecipato al XXXVI Congresso della Federazione Nazionale della Stampa, tenutosi a Gennaio a Bergamo. Parlaci del tuo intervento.

Al Congresso ho parlato della difficoltà di fare informazione in realtà mediaticamente meno esposte, come la nostra. I problemi che ho voluto evidenziare sono i pagamenti dei collaboratori, spesso da fame, a parte qualche caso “fortunato”, e la “caccia al giornalista”: viviamo in una realtà in cui chiunque vede il proprio nome su un giornale si sente autorizzato a pensare “vediamo un po’ come querelarlo”. L’esercizio della querela per diffamazione delle azioni risarcitorie è un mezzo per cercare di intimidire. Conosco colleghi che hanno ricevuto 40 querele, tutte archiviate. Anch’io ne ricevetti una da una signora di Enna, intercettata qualche giorno dopo mentre affermava di volermi querelare così avrei smesso di occuparmi di lei.

In questi casi che ruolo gioca il giornale per cui scrivi (Giornale di Sicilia n.d.r.)?

Il giornale in genere ti sostiene, anche se non è un comportamento comune:  per arrivare a ottenere questa considerazione ci sono voluti circa 7 anni di lavoro, per quanto mi riguarda.

Si associa spesso il termine coraggio a chi vuole fare informazione nelle nostre zone, secondo te è un’anomalia o un dato di fatto?

La parola coraggio nasce dal suo esatto opposto, dalla paura diffusa di fare questo mestiere. Probabilmente esempi positivi del passato come Peppino Impastato e Giancarlo Siani hanno mostrato il cronista di nera come un elemento sovraesposto, quindi più fragile; ci sono molti miei colleghi che non scrivono di cronaca nera, credo, proprio per questo motivo.

A volte capita anche a chi non si occupa di nera di essere minacciato, gli esempi di molti giornalisti tra cui Antonio Sisca, Lino Fresca lo dimostrano.

Ormai è diventato uno sport nazionale quello di minacciare i giornalisti. Un collega di Barrafranca che non fa cronaca nera ha visto un giorno tappezzati i muri del paese con manifesti in cui c’era scritto che lui era un venduto, fatti stampare da un partito politico. Anche queste sono, senza dubbio, forme di attacchi alla categoria. L’unica risposta è continuare a lavorare e stare sempre più sulla notizia.

Coraggio è associato anche a paura. Ne hai mai avuta?

Ho dovuto fare i conti con la paura non mia, quanto dei miei cari, scossi dalla vicenda. Purtroppo le minacce arrivano nei modi più incredibili e strani, intimidazioni ai parenti, soprattutto da parte di gente che non ti aspetti. Le minacce sono all’ordine del giorno. Pur non sapendo cosa mi può succedere, sono tranquillo, non ho nessun timore di queste persone, nemmeno di scrivere un articolo, non ho avuto mai paura di scrivere la verità.

Il 2010 è stato un anno molto positivo per te a livello professionale. Sei soddisfatto?

Certo, considerando che è quasi impossibile per persone che non appartengono a certi giri professionali arrivare a essere eletti, risultare il primo dei non eletti al Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti è comunque stato un successo. A Catania sono stato il più votato, è stato un buon riconoscimento dopo gli atti funesti che mi hanno visto protagonista in questi anni. Il momento più emozionante è stato però quando ho ricevuto il premio Rocco Chinnici, molto importante a livello istituzionale, attribuito da una giuria composta anche dal prefetto della provincia di Enna e dai vertici delle forze dell’ordine, dedicato al magistrato siciliano ucciso nel 1983 dalla mafia.

C’è stato un momento in cui ti sei sentito solo?

Si, nel Settembre del 2008 ho messo in discussione tutta la mia vita, ho pensato di lasciare perdere tutto, ma per fortuna non è mancato un forte sostegno da parte di tutta la categoria che mi ha fatto ricredere. Ringrazio anche il mio giornale che dopo questi avvenimenti mi ha proposto un contratto a tempo indeterminato, tutelandomi ancora di più.

Cosa ne pensi della frase di Claudio Fava “sull’antimafia si sono costruite tante carriere”?

Ti rispondo con Sciascia: “Bisogna stare molto attenti ai professionisti dell’antimafia”. Molte carriere politiche sono alimentate quotidianamente da questo aspetto.

Parlaci del tuo libro “La mafia in provincia di Enna”. E’ stato difficile passare dalla brevità del linguaggio giornalistico ad un libro vero e proprio?

Quello che sto cercando di fare, da quando ho scritto il mio libro, è far conoscere la mafia in un territorio come il nostro, in cui di mafia non si parla. Sono andato in molte scuole dove ho trovato ragazzini che mi ascoltavano a bocca aperta per le cose che raccontavo loro. Sono convinto che la mafia in provincia di Enna è così forte perché ha attuato benissimo la strategia dell’inabissamento. La mafia c’è ancora, i vertici vengono decapitati, ma da sotto continuano a svilupparsi le radici. Per non parlare dell’affarismo sporco, degli appalti truccati in molti lavori in provincia di Enna e non solo. Molti mafiosi si nascondo qui e parecchie riunioni di vertice si svolgono proprio nel nostro territorio. Per quanto riguarda la genesi del libro, mi sono ritrovato con una serie di documenti, sentenze, ecc.. inediti e mi sono messo in testa di scrivere un libro perché nessuno se ne era finora occupato. Ora ne sto scrivendo un altro, però è un lavoro completamente nuovo, è ancora presto per anticipare qualcosa.

Cosa ti spinge ogni giorno a insistere con questo lavoro?

La passione, non è questione di soldi. Questo lavoro è la mia vita, non lo cambierei per nulla al mondo.

Pensi mai di andartene? Cosa ti senti di dire a chi non ha lo stesso coraggio o la stessa passione che hai tu e preferisce andare via?

Partire non è mai facile, lasciare la propria terra è una scelta coraggiosa. Sono pochi quelli che scappano, ma chi va via lo fa perché in questa provincia c’è il nulla. Anche se sono convinto che si può provare a cambiare questa terra. Bisogna sempre insistere.

Cosa pensi dei limiti d’accesso all’Ordine dei Giornalisti?

Sono favorevole, poiché si è cercato di distruggere la categoria dall’interno, aprendo i rubinetti e facendo diventare tutti giornalisti, in modo da essere così tanti da non poterci garantire un posto di lavoro. Almeno la burocrazia diminuirà le truffe. L’ordine inoltre vigila sulla deontologia professionale: se non ci fosse nessun controllo, sarebbe il caos dell’informazione; saremmo tutti dei blogger che scrivono quello che vogliono, indiscriminatamente.  Però sarei favorevole all’abbattimento della quota, anche se, in fondo, in tutte le categorie professionali si paga un contributo.

Giuseppina Cuccia

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