Pubblicato il: 6 Marzo, 2009

Fine pena mai

COF04015Insolita la scelta dell’impostazione dell’editoriale di questo mese. Insolita sotto due diversi aspetti: per via della forma e dell’autore (una lettera scritta da un docente universitario); per via del fatto che Lo Schiaffo non condivide tutte le riflessioni elaborate in essa: quello della condanna è un ambito che dà adito ad un’infinità di sfaccettature. Tuttavia la libertà e la dignità dell’uomo vanno rispettate e la richiesta di attenzione e ascolto  va considerata sacra e legittima, da qualsiasi soggetto sociale essa provenga (Sabina Corsaro)

Fine pena mai. Sul fascicolo di ogni condannato all’ergastolo campeggia una formula che è insieme il titolo e il senso più profondo della condanna. Sarebbe una headline, se si trattasse di un commercial pubblicitario, sarebbe il richiamo perfetto all’attenzione del pubblico della Società dello Spettacolo. «Fine pena mai». Ma che cosa significa? Che si deve restare dentro fino a quando si muore di vecchiaia? Che hanno chiuso dentro il detenuto e hanno buttato via la chiave? Che la sua vita civile è terminata? Certo la condanna all’ergastolo dà serenità a chi sta fuori, perché isola e allontana per sempre il criminale che ha ucciso, che ha commesso omicidi o stragi. L’ergastolo è la pena delle pene, quella assoluta, quella senza soluzione. Il mostro è stato catturato e ora è rinchiuso. Pensiamo alle vittime e ai loro familiari. Finalmente avranno giustizia. Fine pena mai. È giustizia vera sapere che il colpevole di un atroce delitto è stato definitivamente eliminato dalla vita sociale, espulso per tutto il tempo che gli resta da vivere. Ma è davvero così? Il condannato è un mostro da espellere o resta pur sempre un uomo da considerare nella sua essenza umana? Il criminale che ha delinquito ed è stato condannato perde per questo la sua natura umana? La Costituzione all’art. 27 prevede che l’espiazione della pena debba avere un valore riabilitativo. La pena deve essere sì remunerativa (cioè il condannato, con il suo tempo di detenzione, in qualche modo ripaga la società del proprio errore), ma deve permettere anche il recupero del detenuto. Per questo la legge prevede che in carcere ci sia la scuola (la mancanza di istruzione è statisticamente rilevante per i detenuti di mafia e di camorra, che sono la maggioranza degli ergastolani), che ci siano vari corsi e laboratori (informatica, pasticceria, giardinaggio, cineforum, teatro), che ci sia un percorso trattamentale, espletato con grande spirito di sacrificio da educatori, psicologi e psichiatri. Tutto questo serve a riabilitare a livello sociale il cittadino detenuto, ma significa anche, lentamente e inesorabilmente, recuperare l’essere umano a livello etico. Riabilitare e recuperare, esattamente come sostiene la nostra bellissima Costituzione. E allora l’ergastolo? La condanna a vita? L’art. 27 della Costituzione si infrange proprio su questa assolutezza della condanna: fine pena mai. Per questo motivo, per invitare alla riflessione tutti i cittadini su questa assurda incoerenza tra principi etici e attuazione concreta della condanna, dal 2 marzo all’8 marzo ci sarà un’iniziativa civile intitolata Mai dire mai, che prevede anche lo strumento pacifico dello sciopero della fame. Inoltre, 738 detenuti italiani hanno già presentato ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, chiedendo di pronunciarsi sulla pena dell’ergastolo in Italia. All’iniziativa mai dire mai partecipano anche i volontari della casa circondariale di Catania Bicocca, Carmela Cosentino, Monica Felloni, Ada Mollica, Giusi Nicolosi, Giuseppe Privitera e Piero Ristagno. L’importanza di queste iniziative è proprio legata al percorso di riabilitazione e di recupero compiuto negli anni dai detenuti, tutto questo viene monitorato da una psicologa, Luisa piccione, e da uno psichiatra, Carlo Monteleone. Ho ricevuto una lettera da un detenuto di trapani, già condannato all’ergastolo con sentenza passata in giudicato, che scriveva: «ho bisogno di credere che il mio sia uno stato transitorio».  La transitorietà si configura come speranza e la speranza non si può negare a nessun criminale, a nessun assassino, a nessun essere umano.

Alessandro De Filippo

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