Pubblicato il: 3 Marzo, 2009

Follie rivelatrici a confronto

eduardo_de_filippo-ec414L’indagine sui rapporti tra sanità mentale e follia attraversa tutto il Novecento letterario, segnato dalla scoperta freudiana dell’inconscio, dalla perdita della centralità dell’Io e dal tramonto di ogni certezza razionale. Il labile confine tra appartenenza al mondo dei presunti sani di mente e all’universo degli esclusi, è la dimensione propria di molti personaggi pirandelliani, che rifiutano di indossare la vestina decente, fatta di convenzioni e ruoli imposti, preferendo ad un’identità asfittica un oltre che sta sotto la vita normale; una dimensione a cui ‹‹l’uomo non può affacciarsi, se non a costo di morire o di impazzire››. Unico strumento di ricerca dell’autenticità è l’isolamento nella follia, estremo rifugio di fronte al rifiuto opposto dalla società, che vedrebbe altrimenti scardinate le sue ipocrisie, come afferma Enrico IV: ‹‹Trovarsi davanti a un pazzo sapete cosa significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica di tutte le vostre costruzioni››. Qual è allora l’identità di ciascuno? Qual è vera realtà? In uno dei suoi monologhi il re rivela di aver finto la pazzia per otto anni – dopo dodici anni di follia reale – chiedendosi se possa considerarsi realtà il mondo esterno, se non sia più veritiero, più vivo, il mondo carnevalesco in cui si è isolato. Fra i due mondi forse non c’è differenza alcuna, il pazzo è la persona comune, convinta dell’unicità e della necessità del mondo in cui vive, della società di cui fa parte, della sua stessa identità. Il disvelamento delle cristallizzazioni sociali è operato anche da uno dei primi personaggi di Eduardo De Filippo, il Michele Murri di Ditegli sempre di sì. Un pazzo autentico, appena uscito dal manicomio, che manifesta l’estraneità all’ipocrisia dei presunti normali mediante la non comprensione delle metafore, dei doppi sensi, di ogni espediente retorico estraneo al significato letterale delle parole. Da ciò deriva il suo leit-motiv «C’è la parola esatta, perché non la dobbiamo usare?››, formula che esplica la natura di ragionatore di Michele, la sua aderenza alla consequenzialità logica dei discorsi. Egli proietta nel malcapitato poeta Luigi Strada la sua pazzia, la condizione di individuo socialmente pericoloso, in una schermaglia verbale lucida e fin troppo consapevole, quasi come se si rivolgesse a se stesso. Il dramma esistenziale pirandelliano viene comunque stemperato in Eduardo con il ricorso ad elementi patetici che allentano la tensione tragica, diversificando il percorso dei due drammaturghi di fronte all’arte e alla vita. Se per Pirandello la letteratura e il teatro non offrono un risarcimento salvifico ala relatività di ogni certezza, per Eduardo è ancora possibile realizzare l’incantesimo dell’arte scenica, ricorrere alle formule magiche del suo alter-ego Sik-Sik per far sparire le miserie di ogni giorno dispari di allora e di oggi.

Elisabetta La Micela

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