Pubblicato il: 23 Settembre, 2008

Garibaldi e l’Italia che non c’è

Può davvero destare preoccupazione la furia iconoclasta di un sindaco del Messinese? In fondo, la diffidenza di un popolo rispetto a eroi eponimi, veri o presunti, non può che rassicurare. Allora perché ci si sente a disagio, come frastornati dinanzi a un rozzo rito tribale? Fa paura l’ignoranza. La pigrizia intellettuale di un Paese in letargo morale, assolutamente privo di memoria, finanche del suo passato più recente. Il nuovo autonomismo siciliano, miracolosamente risorto nella parte orientale dell’isola, quella storicamente unitarista e indifferente alle rivendicazioni di autogoverno delle élite palermitane ottocentesche, ha dichiarato guerra a Garibaldi e al Risorgimento italiano. Sarebbero simboli di oppressione, ieri piemontese, oggi romana.

Mesi prima, in occasione del “Bicentenario” di Giuseppe Garibaldi, la Lega Nord aveva liquidato il Generale come “un fautore dello Stato centralista”, alleato di Cavour e Vittorio Emanuele contro il progetto federalista di Carlo Cattaneo. Roberto Castelli non è De Felice, ma l’esponente di un movimento nato dal delirio di onnipotenza di un signore del Varesotto. Lombardo, dal canto suo, è l’erede della banda che per mezzo secolo ha avvelenato le istituzioni e la società siciliana, fino a ridurle in agonia. Ma hanno ragione? Garibaldi non era certo un esperto di questioni istituzionali. Durante l’occupazione dell’isola, affidò l’organizzazione amministrativa a Francesco Crispi, animatore della rivoluzione del ’48.

Crispi sosteneva la specificità degli istituti isolani. Aveva sposato la causa dell’unità italiana, quale soluzione e garanzia per la conquista delle libertà e dei diritti dell’isola. Da fautore del sicilianismo democratico e dell’autogoverno locale, si era avvicinato alle tesi federaliste di Cattaneo. Questi, a sua volta, guardava con interesse all’esperimento garibaldino, in vista di un assetto decentrato del futuro Stato unitario. Per questo raggiunse Garibaldi a Napoli, accettandone l’offerta di collaborazione. Alla fine, non saranno certo il Generale e Crispi a cedere all’annessione per plebiscito e all’assunzione della legislazione piemontese in tutta la penisola. Fu piuttosto l’intelligenza politica di Cavour a spiazzarli. Le proposte di decentramento amministrativo, elaborate dal governo garibaldino, non furono mai esaminate dal Parlamento post-unitario. I neoautonomisti sono disinformati. Pur finanziata dal Regno, la spedizione dei Mille fu organizzata dai rivoluzionari siciliani in esilio. Crispi convinse Garibaldi a guidarla e centinaia di volontari vi si unirono a Marsala. Se mai fosse sottratto alle deformazioni strumentali, il dibattito sul Risorgimento farebbe emergere il problema che ci troviamo ancora dinanzi: fare l’Italia. Questo Paese sempre più disgregato, preda di particolarismi e spinte corporative, è sull’orlo della dissoluzione. Serve uno Stato moderno, senza sperequazioni territoriali e localismi. Senza questioni meridionali e settentrionali.

Enrico Sciuto

One Response to “Garibaldi e l’Italia che non c’è”

  1. 1
    Sabina Corsaro Says:

    Il problema del Risorgimento: un problema che sembra sempre più complesso specie per chi si propone di affrontarlo nel modo più obiettivo possibile. Ci si torva davanti una parete di cemento, dove il bianco e il nero si scontrano e confondono. Difficile sondare senza scontrarsi, inoltre, con i capricci della politica del momento… eh sì, perché anche la cultura è influenzata dalle mode politiche del momento e la Sicilia, così come ogni territorio o fatto storico, divengono ogni volta una cosa diversa. La scelta allora è quella di tacere piuttosto che quella di ‘falsare’ o di adattare il fatto, e agli storici si aggiunge anche questo muro.

    Segnala questo commento come inopportuno

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.