Pubblicato il: 30 Settembre, 2009

Gli scrittori di viaggi vanno all’inferno?

viaggiatori infernoRiflessione da fare in ogni redazione. Se la classe operaia va in paradiso, quella editoriale va all’inferno. Leggi di mercato, o meglio, della moderna editoria. Scrittore di guide, Thomas Kohnstamm, autore Lonely Planet e Indiana Jones con M.A.  alla Stanford University in Studi e Cultura Latino Americana, svuota il sacco: era sottopagato (cosa abbastanza comune oggigiorno), così ha deciso di lavorare comodamente dal divano di casa, risparmiandosi jet lag, vaccini e zanzare. Autore accreditato: Brasile, Colombia, Cile, Venezuela, Caraibi. Il vizietto del copia e incolla. La fortuna di avere una ragazza che lavorava al consolato colombiano. La notizia certamente non è piaciuta ai vertici di Lonely Planet, casa editrice australiana leader del settore dagli anni ’70. Però l’editore Piers Pickard deve ammettere che nonostante aver scandagliato tutte le pagine non sono state riscontrate inesattezze in nessuna delle guide. Anche perché, per non tirarsi la zappa sui piedi un’altra volta, non poteva essere altrimenti. Do Travel Writers go to hell? (Trad.: Gli scrittori di viaggio vanno all’inferno?) è un piccolo caso editoriale del 2008 che riapre una vecchia ferita. Quante volte confrontando le pagine di una guida e quanto si prestava sotto lo sguardo del viaggiatore l’unico commento possibile è stato fare spallucce? È il fascino discreto di internet e della cultura wiki,  il dramma della cartolina. Certo, c’è da dire che Mr. Master in cultura Latino Americana alla Stanford era sufficientemente preparato sull’argomento e che forse il libro sia solo un’ottima trovata pubblicitaria personale. Però per una sorta di deontologia di settore è bene riflettere. Qui non si tratta di un foglio promozionale. Né di un articolo informativo. Lì il problema non persisterebbe: quante volte il venditore non ha provato, o non apprezza, il suo prodotto? Ma il business è business. In questo caso però si tratta di una guida e dell’uso (scorretto) che ne fanno i viaggiatori che vi si abbandonano fideisticamente. Tuttavia,  scrivere una guida di viaggio restando a casa non pregiudicherà la qualità del lavoro, questa sembra essere la conclusione. Certo in rete i paragoni con la letteratura di Salgari abbondano, ma proprio sulla rete si deve riflettere. La notizia del furbetto di Seattle è stata riportata in numerosi siti, editoriali e blog. Spesso, paradossalmente, con un copia e incolla integrale da un altro sito. Quindi più che un vizietto si tratta di un’epidemia. O forse nell’epoca del 2.0 e del creative common questo non è più un problema? Bisognerebbe ricordare che la guida non è mai un vangelo. Il modo migliore per conoscere un luogo è dopo aver girato la città guida alla mano, percorrerla nuovamente lasciando la guida nello zaino. Dal vangelo secondo Backpacker. Il mea culpa di Thomas Kohnstamm sotto certi aspetti è più vicino ad un romanzo nel romanzo. Sesso sul retro di un ristorante con una cameriera, spaccio di ecstasy per pagar l’affitto della casa che divideva con una prostituta brasiliana. Perché si sa, chi viaggia è sempre fico. Anche se semplicemente è stato in un residence sulla riviera romagnola.

Luca Colnaghi

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