Pubblicato il: 3 aprile, 2012

I genocidi del ‘900: quando l’uomo smette di essere tale

genocidiDi genocidi, si parla frequentemente: essi sono stati l’orrore più grande e tristemente famoso del ventesimo secolo, per non parlare del fatto che in Italia possediamo una vera e propria data, il 27 gennaio, per ricordare i morti dei lager nazisti. Peccato, però, che non tutti sanno che i campi di concentramento erano nati molto prima, frutto della “corsa alla colonizzazione” del continente europeo: il primo si registra nel 1896, a Cuba, realizzato dagli spagnoli. Gli americani e gli inglesi li seguirono a ruota. La cosa più preoccupante in tutto ciò è che la “civilissima Europa” considerava normali questi episodi finché avvenivano fuori dall’Europa. I primi ad esportare queste azioni all’interno del vecchio continente furono i russi: nel 1921 i contadini dell’ex regime sovietico (impegnati in atti di guerriglia contro il governo che aveva sequestrato loro i raccolti condannandoli alla morte per fame) vennero rinchiusi in un campo di concentramento (il modello che avrebbero poi copiato anche i tedeschi durante la guerra) che, per la prima volta, unisce il lavoro forzato alla prigionia. Per non parlare dello sterminio degli armeni, attuato nel corso della prima guerra mondiale e troppo spesso dimenticato poiché mai ammesso dallo stesso governo russo che lo attuò.

Ovviamente, tutti questi massacri compiuti nel corso di pochi decenni dello stesso secolo, ci pongono davanti ad una domanda importante: quale significato ha la vita di un uomo? Nel corso del ‘900, infatti, l’essere umano ha assunto sempre di più la funzione di “lupo” o “mostro” nei confronti dei suoi simili, ha imparato che “il fine giustifica sempre i mezzi, anche quando il mezzo sono milioni di vite”, ed ha attuato una serie infinita di stragi che hanno testimoniato la forza delle ideologie, anche a spese della vita stessa. Il solo, semplice potere di un’idea è infatti stato in grado di guidare popoli interi alla cieca costrizione ed uccisione di un altro, con una semplicità tale che i sopravvissuti non hanno praticamente mai ricordato episodi di pietà o sensi di colpa nei confronti degli aguzzini che, prima di essere tali, erano pur sempre uomini.

La condanna, molti di loro, ce l’avevano scritta nel sangue: la semplice nascita e discendenza costituivano un motivo tanto forte da privare l’uomo della sua umanità. Egli diventò così un oggetto, da riporre in un lager (in tedesco, significa “deposito”) come una merce di un qualsiasi altro tipo. E proprio per questo è importante ricordare tutti questi morti, tutti di pari dignità, e tenerli ben fissi nella nostra mente: paradossalmente l’uomo, infatti, ha ancora bisogno dei libri di storia e di una giornata della memoria per ricordarsi che l’uomo è tale aldilà delle proprie origini, e nessuno di noi può permettersi di calpestare il diritto alla vita di qualcun altro. Principi che dovrebbero essere scritti talmente nel profondo nella nostra umanità che non dovrebbe nemmeno essere doveroso ricordarli per rispettarli.

Sara Servadei

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