Pubblicato il: 23 Gennaio, 2008

I Paradossi della legge

falcone_borsellinoCosa Nostra aiutata implicitamente dallo stesso Stato: ma nessuno se ne accorge.

Nessuno scandalo hanno destato le dichiarazioni del procuratore della Repubblica, Francesco Messineo, che ha recentemente annunciato la scadenza del “mandato” di molti dei magistrati protagonisti nelle ultime importanti catture ai danni della Cosa Nostra siciliana. De Lucia, Pignatone, Scarpinato, Prestipino, Gozzo, Paci saranno tutti allontanati dagli attuali uffici della direzione distrettuale antimafia. La legge Castelli (approvata dal governo Berlusconi) prevede che un magistrato non possa ricoprire la stessa carica per più di 10 anni. E così, per evitare una “presunta dittatura“, a febbraio inizierà un gran walzer, che porterà senza dubbio ad uno stop provvisorio di tutte le indagini finora avviate. E intanto i mafiosi, latitanti e non, brindano.

Ma non si è sempre detto: “squadra che vince non si cambia“? Ed invece ecco il via allo smantellamento: diamo l’addio ad un forte attacco, guidato appunto dai magistrati della dda. Forse non basterà un centrocampo, nel quale si sono affermati tutti quei giovani concretamente a favore della legalità (Addio Pizzo) in una regione nella quale troppi si limitano soltanto a dire che “la mafia fa schifo”, a proteggere una vulnerabile difesa, composta dal popolo siciliano del quale ancora una buona parte non riesce a svegliarsi dal coma omertoso in cui è caduto. Il pensiero comune è che la mafia vincerà sempre, andrà incontro ad una rigenerazione, avrà un nuovo capo dei capi e così per sempre.

Ma paradossi dei paradossi. Ad aiutare Cosa Nostra, non sarà soltanto l’enorme forza che ha accumulato e la mentalità purtroppo diffusa anche tra le nuove generazioni che la mafia alla fine “dà soltanto da mangiare ai più poveri“, alla stregua di Robin Hood; una grande mano le sarà data proprio dallo Stato, che dunque danneggerà tutte quelle indagini così complesse da aver necessitato proprio 10 anni prima di dare i loro frutti. Viene in mente il giudice Falcone, che la mafia la dovette cercare prima dentro i propri uffici, e soltanto dopo per le strade di Palermo. Certo, la situazione è diversa: abbiamo la mafia dei colletti bianchi, si parla più di affari che di armi. Ma pensateci bene: trasferire tali magistrati non coincide col vanificare tutti gli sforzi finora fatti nella lotta alla mafia? Non coincide con l’azzeramento delle indagini in corso, che dovranno essere riprese, studiate ed esaminate, certamente non in due minuti, dai nuovi designati?

L’isola deve progredire, non regredire. Ma tocca al popolo siciliano dire no alla mentalità mafiosa, rifiutando le raccomandazioni e la politica clientelare, ribellandosi al pagamento del pizzo, perché “un intero popolo che paga il pizzo, è un popolo senza dignità“. Adesso bisogna protestare perché non vengano sollevati gli incarichi di questi magistrati che tanto hanno fatto nella lotta alla mafia. Affinché il governo nazionale senta il malumore siciliano e si impegni nella creazione di una nuova e più sensata legge. Oppure dovremo necessariamente aspettare che la mafia impugni nuovamente le armi e si metta a colpire lo stato, come faceva un tempo, attirando essa stessa l’attenzione di chi da sopra ci governa, ma non ci rappresenta.

Gianluca Ricupati

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