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I volti dell’immigrazione – Anas

Quella di Anas è una storia positiva, che poco o nulla ha a che vedere con i consueti disagi cui le storie degli immigrati sembrano irrimediabilmente legate. In effetti, sembra poco appropriato pensare a lui come ad un immigrato, dato che nessun dettaglio tradisce origini diverse da quelle italiane. Eppure Anas è nato ventiquattro anni fa a Casablanca, in Marocco, da genitori marocchini. Giunto in fasce a Torino, vi è rimasto fino ai quattro anni, per poi tornare in Marocco insieme alla madre per ben dodici anni e fare finalmente ritorno in Italia all’età di sedici anni. Attualmente studia ingegneria informatica e lavora con regolare contratto presso un’azienda in Lombardia.

Riguardo al suo inserimento in Italia, racconta: «Vi era lo stupore inziale di trovarci in un mondo nuovo, io e i miei fratelli. Ogni cosa era diversa e spesso nessuno capiva cosa dicessimo, né noi capivamo loro. L’italiano l’ho imparato in Marocco guardando la televisione, mentre i miei fratelli hanno imparato all’arrivo in Italia, ma abbiamo acquisito subito dimestichezza con la lingua…in realtà è come se fossi nato e vissuto qui da sempre.»

La cultura marocchina vive parallelamente a quella italiana: «In casa parliamo in marocchino, ma personalmente non frequento altri componenti della comunità marocchina, personaggi poco raccomandabili…ho la mia compagnia di amici. I miei genitori mi hanno dato una buona educazione, non di stampo prettamente italiano o marocchino: abbiamo preso il meglio di entrambe le culture.»

Anas non sa ancora dirmi con esattezza come vive la sua condizione “doppia”, se come un’opportunità di arricchimento o piuttosto come uno sdoppiamento. Però ha le idee piuttosto chiare riguardo al controllo dell’immigrazione: «Va benissimo incentivare l’inserimento di persone oneste che vogliono lavorare, ma non bisogna però cedere ad un meccanismo che favorisce la delinquenza; quando arrivano degli immigrati qui in Italia e senza nessun controllo entrano a far parte del circuito della criminalità, innescano un circolo vizioso, per cui il clandestino che arriva qui vive in nero, non paga le tasse e torna al suo paese dopo un po’ di anni pieno di soldi, e così tutti i suoi compaesani si convincono di poter trovare un paradiso in Italia, e quando poi si scontrano con la dura realtà è troppo tardi, e qui in Italia non è in fondo così difficile dedicarsi alla criminalità. In Marocco non c’è molta libertà di delinquere, è pieno zeppo di poliziotti e posti di blocco, ho riscontrato questa profonda differenza rispetto all’Italia.»

E una volta tanto, il volto dell’immigrazione non è solcato da lacrime, ma raggiante.

Ornella Balsamo