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Il dramma della terza età: l’abbandono

30 agosto 2011, di   Stampa articolo Segnala articolo  

signore-anzianoSoli nelle case di riposo, schiavi della propria routine che si ripete uguale da troppo tempo e prigionieri dei ricordi di un passato talmente lontano da apparire loro come più vivido del presente: i facenti parte della cosiddetta “terza età” costituiscono una grossissima fetta di popolazione, basti pensare che a Milano essi sono numericamente ben più del doppio dei giovani. Sulle loro braccia abbiamo costruito il nostro paese: tra chi ha combattuto nei fronti della seconda guerra mondiale e chi ha messo tutto il proprio impegno e la propria forza per innalzare l’economia italiana al pari del resto dell’Europa, non c’è dubbio sul fatto che prima di loro c’era solo miseria ed oggi uno stato che -seppure con tanti problemi- offre ai propri cittadini una vita non più fatta solo di fame e carestia. Eppure, pur essendo stati tanto importanti ieri, oggi la società li vede solo come un peso, e come tale li tratta. E non solo per quanto riguarda le pensioni, che a stento garantiscono al loro sostentamento e che sembrano arrivare in età sempre più avanzate: è proprio il modo con cui vengono lentamente abbandonati ai margini della quotidianità ciò che fa loro più male. In una società che corre veloce come il vento, ristretta dentro ad orari da rispettare e ritmi frenetici da seguire minuto per minuto, risulta spesso difficile trovare un po’ di tempo per ciò che realmente ci interessa o ci sta a cuore. Quante giornate avremmo voluto fare qualcosa di diverso, ma siamo stati costretti semplicemente a seguire l’onda degli appuntamenti che eravamo obbligati a non saltare? Praticamente, sempre. Si finisce così per dimenticare quel padre o quel nonno che ci ha amati più di sé stesso, e che ha usato la sua vita per correrci dietro mentre crescevamo o per un lavoro finalizzato al nostro sostentamento. E così, la solitudine finisce per consumarli prima che ci si possa rendere conto di ciò che accade loro: si sentono abbandonati, non amati, pesanti per i figli ed inutili per il mondo intero. Vittime degli acciacchi legati all’età o, purtroppo, di una malattia che li costringe ad una vita non autonoma, essi per i figli diventano semplici fardelli che è impossibile portarsi dietro nei ritmi veloci della quotidianità. E, a quel punto, è facile arrivare alla più atroce delle soluzioni: la reclusione dentro ad un centro di riposo, apparentemente un luogo che risponde a tutte le loro esigenze ma in realtà una sorta di prigionia dove –e questo messaggio viene perfettamente percepito dai diretti interessati senza grosse difficoltà- si viene scarrozzati perché a casa non c’è più posto per loro. Questo è, in realtà, un semplice modo per razionalizzare e far rientrare all’interno dei meccanismi sociali qualcosa che non è né razionale, né sociale: la vecchiaia. E, oltre al fatto che queste persone da uomini diventano semplici “prodotti” di cui occuparsi, spesso i parenti non calcolano che a loro in realtà manca la cosa più importante: l’amore e l’affetto della propria famiglia.

 

Sara Servadei

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