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Il marinaio, il poeta e gli abissi interpretativi

«Water, water, every where/ and all the boards did shrink»

“The Rime of the Ancient Mariner” è una famosissima ballata scaturita dalla penna visionaria dell’inglese Samuel Taylor Coleridge, definito “il poeta del soprannaturale” e grande rappresentante della corrente letteraria romantica. Il poemetto, denso di immagini allegoriche, si presta a molteplici interpretazioni, nessuna delle quali sembra però sufficiente, da sola, a penetrare negli anfratti nascosti del testo. Ad una lettura immediata, la ballata si presenta come un’opera didattico – moralistica esplicitamente finalizzata a «..insegnare, attraverso il suo esempio, l’amore e il rispetto per tutte le cose che Dio ha creato ed ama»; l’interpretazione in chiave ecologista ha però i suoi limiti: durante l’epoca romantica la natura era temuta e riverita, era l’ispiratrice di un certo terrore, senso di sospensione di fronte all’abisso, ma il problema ambientale era poco sentito.  Diviene quindi necessario scavare dietro il significato primo dell’opera per meglio interpretare taluni passaggi.  “La ballata del vecchio marinaio” può essere allora letta come una parabola esistenziale di peccato-caduta-redenzione del poeta che, avvicinandosi sempre più alla modernità, uccide l’ingenuità primitiva e il senso del divino incarnate dall’albatro venendo quindi punito con la solitudine; solo attraverso la tribolazione e la riflessione il vecchio marinaio potrà riavvicinarsi agli uomini.  E’ possibile correlare a questa interpretazione anche una lettura in chiave psicoanalitica, scorgendo negli splendidi versi l’allusione ai trascorsi del poeta: quasi come in una confessione sotto ipnosi (ed è infatti forte la dimensione onirica, come si nota dal ricorso all’ambito semantico del sogno, della visione e dell’incredulità), il vecchio è  «..costretto a raccontare la storia/ per liberarsene»; sembra infatti che Coleridge si sentisse in colpa per aver sprecato il proprio tempo e il proprio talento, alludendo forse all’uso prolungato dell’oppio. E’ in effetti fortissima la carica visionaria di questo poemetto, soprattutto nella parte III in cui il vecchio “dagli occhi ardenti”, come Caronte,  governa un’imbarcazione di non-morti al cospetto di un allegorico vascello-fantasma in cui la Morte e la Vita-in-Morte (forse il dolce oblio dato dall’oppio?) si contendono la vita dell’equipaggio. Baudelaire avrebbe forse ricordato questa ballata nella sua poesia “L’albatros” ma incuriosisce soprattutto un’analogia con il celebre “Necronomicon” di H.P. Lovecraft: qui, attraverso l’espediente del manoscritto ritrovato, si fa cenno ad uno scritto di Michele Psello; anche nella ballata di Coleridge si fa riferimento al dotto bizantino, autore di un trattato di demonologia (“De operazione daemonum”). Grazie ad immagini di grande forza espressiva Coleridge riuscì a raccontare la paura e la visione orrorifica tanto da balzare indenne e ugualmente apprezzato fino ai giorni nostri, e i suoi messaggi nascosti, come le “misteriose creature dell’oceano immobile”, rimangono celati negli abissi della poesia.

Ornella Balsamo