Pubblicato il: 28 Gennaio, 2008

Il maxi business dei baby calciatori

coppa_palloneTutti sanno che il calcio è uno degli sport più praticati al mondo, ma sono in pochi ad essere coscienti di ciò che gli ruota attorno. Uno degli argomenti che appassiona maggiormente i calciofili è il calciomercato ed i mass media non si lasciano scappare l’occasione di placare questa loro sete di informazioni. Nei periodi dell’anno durante i quali si concentrano le maggiori trattative (Luglio, Agosto e Gennaio ndr) sono migliaia le notizie che riempiono le pagine delle riviste ed occupano un crescente spazio nelle trasmissioni televisive e radiofoniche. Niente da obiettare al riguardo. Grazie al cielo viviamo ancora in un paese che garantisce le libertà fondamentali, quali l’espressione, la stampa e la parola. Ciò che causa una leggera perplessità – si noti il velato eufemismo – è il totale disinteresse a fornire notizie inerenti fatti che accadono sotto il naso dei cittadini, senza che questi , spesso, se ne accorgano.

Mi spiego meglio. Quanti da piccoli hanno giocato per una associazione sportiva dilettantistica? Quanti hanno un figlio o un nipote che vi gioca attualmente o vi ha giocato in passato? E’ importante sapere che il business dei trasferimenti riguarda molto da vicino anche le scuole calcio. Non ci sarebbe niente da obiettare, come sopra, se ciò avvenisse nel rispetto delle regole. Purtroppo, però, non sempre è così. E’ in costante crescita, infatti, un preoccupante fenomeno che rischia di arrecare proprio ai bambini il maggior danno. Si tratta dello “sguinzagliamento” di numerosi osservatori di società professionistiche, o semiprofessionistiche, che brancolano tra i campi di periferia allo scopo di individuare qualche potenziale campione. Il problema è che la loro ricerca è indirizzata perfino alle categorie dei pulcini (8-11 anni) e dei piccoli amici (6-8 anni), snaturando di fatto la natura prettamente ludica dei loro tornei. Il manuale del “buon osservatore“, difatti, impone al talent scout di non limitarsi alla mera valutazione, ma di intervenire concretamente non appena individuato il campioncino. Di li a poco inizia il primo approccio con la famiglia, basato su un pressante corteggiamento, per convincere i genitori a far cambiare squadra al bambino. Una delle argomentazioni sulle quali viene fatta leva, riguarda prevalentemente la scarsità dei risultati conseguiti dalla compagine in cui egli milita, andando ad innescare un sentimento agonistico innaturale per quell’età.

Un secondo argomento concerne la possibilità di essere notati da società di categorie superiori, causando la nascita di aspettative troppo spesso illusorie, le quali, nel momento in cui vengono disattese, causano una cocente delusione, che porta di frequente all’abbandono della sana pratica sportiva. Quel ch’è peggio è che a subire un danno sono anche le associazioni dilettantistiche, poiché la suddetta condotta ha dei notevoli riflessi di natura economica. Sarebbe loro diritto, infatti, ricevere un compenso per ogni ragazzo avviato allo sport che, dopo l’età fanciullesca, prenda parte ad un campionato professionistico, ma se lo stesso completa la sua formazione presso un’altra società, tale privilegio viene negato. Considerate le difficoltà quotidiane che minano la sopravvivenza dei numerosi enti di promozione, non è difficile comprendere la gravità della situazione. E’ sufficiente riflettere sul numero di ragazzi che ogni anno vengono strappati, in tenera età, dai club di appartenenza, per capire il giro d’affari del settore. A fronte di tutto ciò qualche domanda sorge spontanea: quanto dovremo attendere prima di vedere qualche osservatore impegnato alla ricerca di talenti aggirarsi in un reparto maternità? E quanto ci vorrà per vederne qualche altro, ben più lungimirante, fare capolino addirittura in uno studio ginecologico? Data la follia che alimenta il mondo del calcio non ci sarebbe da meravigliarsi se ciò accedesse a breve.

Andrea Bonfiglio

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