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Il mondo non ha bisogno di eroi, ma gli uomini sì

1 dicembre 2011, di   Stampa articolo Segnala articolo  

ferrari“Alone leggendario creatosi intorno a un luogo, un evento, un personaggio il cui valore è stato amplificato, specialmente nella cultura di massa” vi risponderà qualsiasi dizionario se ricercherete il significato della parola “mito”. Una definizione all’interno della quale si schierano gran parte dei nostri idoli, eroi, sogni e speranze. Ma, soprattutto, che nasconde qualcosa di implicito: la popolazione crea da sola i propri eroi, scegliendo qualcosa che ha particolarmente colpito la coscienza generale e collettiva e trasformandolo in qualcosa di straordinario, la cui aurea e portata non rimane indifferente a nessuno. Basti pensare a tanti personaggi del mondo dello spettacolo per capirlo: i Beatles, Marylin Monroe, Lady Diana e l’ultimo arrivato all’olimpo degli dei popolari, Steve Jobs, altro non sono che tanti esempi che la società del ventesimo e ventunesimo secolo ha santificato. Un vizio popolare vecchio come il mondo, se consideriamo che prima di loro ci sono Giulio Cesare, Carlo Magno e il più sentito di tutti per vicinanza temporale ed imprese, Napoleone Bonaparte. Ma perché la società si crea dei miti? La risposta è molto semplice: perché ci piace ancora credere nelle favole, specialmente quando tutto va male. Essi altro non sono se non i supereroi degli adulti, a sostituzione dei “Batman” o “Superman” dei bambini: ognuno di loro è riuscito ad arrivare da qualche parte, a fare qualcosa in cui non tutti sarebbero riusciti facilmente. Meritevoli, certo: ma alla memoria collettiva piace ricordarli come ancora più grandi e gloriosi di quanto non siano stati, essi sconfinano dai limiti dell’uomo, e persino i loro errori sono diventati ormai qualcosa di comprensibile, che arricchisce e rende ancora più affascinanti le loro storie. Essi rappresentano il bisogno illusorio dell’uomo che vuole credere che sia possibile cambiare le cose, e, soprattutto, credere nei sogni. Essi attraggono per la vertigine dei livelli in cui sono arrivati, e la crudeltà delle loro fini tragiche. I miti sono solo false speranze: l’uomo che sente delle loro fortune si illude che se loro fossero ancora in vita, sarebbero in grado di cambiare le cose che vanno male, ed essi lo spingono a credere a fondo nei propri ideali perché, come si suol dire, “uno su mille ce la fa”.  Anche certi oggetti possono essere considerati “mitici”: basti pensare alle macchine molto potenti o sportive, per esempio, sinonimo di  lusso e adrenalina. Eppure, quando la vecchietta attraversa loro davanti sulle strisce, anche loro dovranno fermarsi esattamente come tutte le altre: la realtà è sempre qualcosa che va a deluderne le aspettative di grandezza, potenza e velocità. Ed è proprio dell’immaginazione popolare che si nutre la figura del mito, di qualsiasi tipo esso sia. E, per concludere con una frase appartenuta proprio ad un “eroe”, John Lennon, ne concludiamo che “la realtà toglie molto all’immaginazione”.

Sara Servadei

 

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