Pubblicato il: 11 Novembre, 2007
Sport | di RC

Il Rosso e Il Nero

rossoenero

La trepidante attesa della partita, l’adrenalina che scende dal cervello fino a inondare le vene di tutto il corpo; le convulsioni che si susseguono ad ogni spostamento del pallone, osannato attore sul campo di erba sintetica. Inoltre: le sagome dei giocatori sul campo dello stadio, involucri adorati alla stregua di splendidi esseri sovrumani; il suono coinvolgente della voce della tifoseria invasata. Mani che non si elevano per creare la scenografia di un’ola incitante, ma per lanciare razzi. Grida che non vengono emesse per sostenere la squadra del cuore ma per offendere, inveire, provocare. Ed ecco sfilare la violenza, la ferocia, l’inciviltà.

“Di corsa usciti a mezzo campo, date
prima il saluto alle tribune. Poi,
quello che nasce poi,
che all’altra parte rivolgete, a quella
che più nera si accalca, non è cosa
da dirsi, non è cosa ch’abbia un nome.
Il portiere su e giù cammina come
sentinella. Il pericolo
lontano è ancora.
Ma se un nembo s’avvicina, oh allora
una giovane fiera si accovaccia
e all’erta spia.
Festa è nell’aria, festa in ogni via.
Se per poco, che importa?
Nessun’offesa varcava la porta,
s’incrociavano grida che eran razzi.
La vostra gloria, undici ragazzi,
come un fiume d’amore orna Trieste”

(U. Saba, da Canzoniere)

Il susseguirsi delle violenti e riprovevoli scene occupano in questi giorni e da tempo le pagine dei giornali e i servizi dei telegiornali; ci dipingono un quadro distorto di quel mondo familiare e colorato che da bambini ci spingeva a scendere giù in cortile con dei fogli di giornale e a costruire con questi il pallone per la nostra eccitante partita. Un’amara luce si adagia invece oggi sugli autentici entusiasmi di chi allo sport crede in modo umano e dignitoso, di chi riesce ancora a vedere dietro il torbido sistema economico sportivo l’etica di un gioco che dovrebbe indurre alla solidarietà. Ma l’uomo si sa, ferino e ceco com’è, riesce a trasformare tutto ciò che sembra lucente in melma, tutto ciò che suscita la gioia e passione in mera cupidigia e avvilente corruzione. Decantava Saba, nelle sue poesie, le pure emozioni di un gioco ricco di sinceri sentimenti, di valori ancora non contaminati dal marciume degli interessi economici e delle violenze senza misura. Si rivolgeva ai suoi idoli, agli undici giovani e ne ammirava l’umanità. Forse Saba descriveva l’odio ma quello dell’uomo ancora in grado di provare il senso della dignità, propria e del proprio antagonista, un senso che per primi i tifosi non conoscono più.
E penso ai colori delle squadre che scendono in campo, alle policromie delle maglie che colpiscono gli occhi, ma penso, più di tutto, ai colori-simbolo di Stendhal, quelli con cui lui ritraeva un’epoca ed una società schizofreniche, dipartite tra il lusso e la vanagloria, filtrate dal vetro appannato delle speranze e delle trepidanti attese. Colori che oggi lo spettatore della vita può ritrovare in questa società: un Rosso Stendhaliano tra le tribune di uno stadio gremito di individui in subbuglio, che si scaraventano gli uni sugli altri, insofferenti del senso del sincero confronto. Un Nero più impregnante di quello d’una chiesa dai contorti e bui corridoi e dagli sporadici e sospettosi bagliori, poiché lo si ritrova non solo negli intenti opachi di un meccanismo che col gioco originario è distante anni luce, ma soprattutto nei meandri oscuri di un qualcosa di indecifrabile che da qualche parte, dentro l’uomo, dimora.
Il Gioco è una rete colpita da un goal di uno sconosciuto avversario mentre l’uomo porta il volto del portiere che ha perso la sua sfida:

Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.
La folla- unita ebrezza – per trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.
Presso la rete inviolata il portiere
– l’altro – è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa – egli dice – anch’io son part
e.

(U. Saba, Goal)

Rossana Carbio

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