Pubblicato il: 8 Aprile, 2010

I’m a photographer, not a terrorist

La fotografia è informazione, arte e comunicazione. In un mondo dove la maggior parte delle persone è in possesso di una macchina fotografica nascono non pochi problemi, relativi alle leggi sulla privacy e alla paura grandemente diffusa, del terrorismo. La fotografia è sotto attacco. Fotografi amatoriali e professionisti, potrebbero essere potenziali terroristi e capita spesso che polizia o personale addetto alla sicurezza di monumenti e sedi governative, abusino del proprio potere per ostacolare una libera documentazione fotografica. In Inghilterra è nata una spontanea protesta in seguito alla crescente “persecuzione” di fotografi (alcuni fotoreporter sono stati persino arrestati, altri in tutto il mondo subiscono processi che la maggior parte delle volte perdono), che ha l’ironico slogan “i’m a photographer, not a terrorist”. Qui in Italia, a Catania, abbiamo parlato con Jessica Hauf e Fabrizio Villa, fotografi di professione. Cosa ne pensano loro?

Jessica Hauf – fotografa: Vent’anni fa andavo per strada, fotografavo senza problemi. Oggi, la gente si copre con la mano per non farsi fotografare oppure si arrabbia. L’atteggiamento nei confronti dei fotografi è cambiato, è molto più aggressivo, ormai il fotografo deve girare con le liberatorie in borsa e servono firme e permessi per qualsiasi minuzia. Stiamo andando verso una realtà paradossale: da una parte webcam sparse ovunque, pubblicazioni in rete di atti di bullismo o di efferata violenza, e dall’altra restrizioni e ostacoli esagerati per la fotografia spontanea, di strada, che ritrae la naturalezza dell’essere umano. Questo tipo di fotografia sta scomparendo, eppure prima il fotografo viveva di questo. Oggi, succede spesso che alcune persone, per soldi, fanno causa al fotografo che ha esposto la fotografia in cui sono ritratte, superando l’istinto di orgoglio e vanità insito in ogni persona che può osservarsi su un pannello pubblicitario o ad una mostra artistica. Perciò si assiste ad un cambiamento di rotta per quanto riguarda la fotografia che vive di fotografia: il fotografo si sta adattando alle restrizioni che la società gli impone e, da una parte cambia i protagonisti dei suoi scatti che sono paesaggi urbani senza personaggi, dall’altra parte rimodella la realtà attraverso la finzione ottenuta tramite sofisticati programmi digitali e ricreando una situazione naturale all’interno di un ambiente preconfezionato, con l’ausilio di amici o di modelli professionisti che fanno da soggetti. Penso si possa parlare di prostituzione: la fotografia è una puttana oggi. Per me un certo tipo di fotografia si è persa, non esiste più e mi chiedo se la nuova generazione se ne renda conto. Oggi il lavoro del fotografo è davanti al computer, molti miei colleghi (uomini e donne) godono di questa nuova fotografia e alcuni conoscono solo il digitale. La nuova generazione sta entrando in un nuovo modo di vedere che è tutto finto, controllato e costruito. Io apprezzo molto l’iniziativa che hanno avuto in Inghilterra, l’atto di scendere finalmente in strada e protestare è molto significativo perché noi fotografi, generalmente, siamo degli individualisti e non abbiamo un’idea corporativa di gruppo. C’è stata una convention di fotografi per fotografi, nata dall’esigenza di affrontare il problema e di fare qualcosa. Se noi stessi non ci interessiamo alla nostra causa chi dovrebbe interessarsi? Il fotografo è spesso visto come una persona che specula sulle immagini degli altri ed è anche diffusa l’idea del fotografo molto ricco, invece è così per pochissimi; per tutti gli altri fare il fotografo è un mestiere come un altro, un mestiere per vivere. Purtroppo in Italia un disagio del genere passa in secondo o terzo piano, dato che questo è un paese pieno di problemi molto più gravi.

Fabrizio Villa – fotogiornalista: Penso che ostacolare un fotografo per paura che possa essere un terrorista sia un problema balordo: oggi fare spionaggio è molto semplice, quindi sembra assurdo impedire lo scatto di qualche foto, anche se penso che alle leggi di uno stato bisogna sempre attenersi. Tuttavia, dal mio punto di vista che è quello dell’informazione, credo che certe regole tolgano qualcosa a quest’ultima: quando ci sono troppe restrizioni, non si può svolgere bene il proprio mestiere. Il fotografo può portare con sé le liberatorie oppure tentare di aggirare l’ostacolo cercando di rendere meno visibile il soggetto in modo che non possa essere riconoscibile. Per quanto mi riguarda io molto spesso vado a fare dei servizi fotografici per i settimanali, e in questo caso si tratta di servizi commissionati, quindi le persone che devo fotografare ne sono a conoscenza e se ci sono minori faccio firmare una liberatoria per tutelarmi. Purtroppo il discorso è molto più complesso e, come ho detto, va a discapito della libera informazione perché il vero terrorista ha comunque i mezzi per agire indisturbato. Limitare l’informazione è una cosa molto grave. Naturalmente ci sono fotografi che si occupano di architettura, di paesaggi o di altro, anche se i fotografi in generale non sono ben visti per cui questo tipo di restrizioni le vedo un po’ come una punizione verso di loro. Una volta, stavo facendo un servizio per il Corriere della sera sullo stretto di Messina: riguardo ai traghetti, al ponte; per prima cosa chiesi  l’autorizzazione alla compagnia dei traghetti e il comandante mi disse che avrei dovuto fare una richiesta firmata con altre varie implicazioni. Io risposi che questo percorso burocratico avrebbe richiesto una o due settimane e il servizio avrei dovuto farlo il giorno stesso. Il comandante allora mi disse che non avrei potuto fare le fotografie. A quel punto mi sono chiesto: ma se fossi un turista e scattassi delle foto? Cosa potrebbe succedermi? Quindi, ho fatto comunque le foto e le ho pubblicate senza successive conseguenze. Questo dimostra quanto a volte le restrizioni siano inutili. Molti anni fa, quando lavoravo per La Sicilia, al consiglio comunale di Tremestieri un carabiniere mi sequestrò il rullino, ma per mia fortuna si trattava del rullino sbagliato e così il giorno dopo le foto furono pubblicate; anche in questo caso non ci furono conseguenze, perché il consiglio comunale è pubblico e aperto a tutti  ed io ero lì come giornalista, a svolgere il mio lavoro. Si trattò di un abuso di potere in quel caso. I miei servizi all’estero non hanno quasi mai comportato problemi perché di solito arrivo sul posto già autorizzato a priori e spesso sono accompagnato dall’esercito. Se mi chiedono di non scattare fotografie io non lo faccio, anche se dipende dal contesto e dalla situazione. Mi hanno insegnato fin da piccolo che bisogna sempre e comunque scattare la foto, altrimenti la libertà di stampa dov’è? La fotografia molto spesso può essere scomoda, e può essere più forte di tante parole: grazie a certe fotografi sono venute fuori tante porcherie commesse dall’uomo. Quindi, meno male che ci sono fotografi e giornalisti che raccontano per immagini. La fotografia forse è il mezzo che interpreta meglio un avvenimento anche se è pur vero che la fotografia stessa può subire delle modifiche che non permettono alla verità di venir fuori nuda.

Elena Minissale

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