Pubblicato il: 28 settembre, 2013

In curva tutto tranne calcio

curva-tifoOggi assistiamo impotenti ad uno degli eventi più mortificanti della storia del calcio, almeno in Italia.

Per combattere il razzismo l’unico strumento rimasto alla Federazione è quello di chiudere le curve, il risultato più ovvio ha un impatto visivo notevole: gli stadi mostrano una desolazione disarmante.
Perché si è dovuti arrivare a questo punto? A soddisfare una legittima curiosità intervengono una serie di fattori.

Ci si chiede, in maniera del tutto ingenua, perché, oggi, in Italia, una famiglia, un appassionato di calcio, un estraneo, che vuole avvicinarsi allo sport, dovrebbero ritrovarsi ad assistere ad una partita, all’interno di un qualsivoglia impianto sportivo, in occasione, per esempio, di una giornata del campionato di Serie A?

E’ facile rispondere.
Per fare il tifo per la propria squadra, per toccare con mano, anzi per vedere dal vivo, che sensazione si prova rispetto alla TV, per passare tempo, per divertirsi o semplicemente, perché no, per vedere una partita di calcio.

Ci si potrebbe meravigliare per quest’ultima circostanza: “per vedere una partita di calcio”.
Quali altri motivi dovrebbero spingere un gruppo più o meno numeroso di persone a perdere quasi due ore della propria vita se non quello del puro e semplice divertimento e dell’adrenalina scatenata da uno degli sport più praticati e celebri del mondo?

Eppure, oggi come ieri, in Italia c’è gente che allo stadio ci va a fare di tutto, tranne quello per cui, probabilmente a torto, è stato progettato: contenere masse in delirio per una sfera sballottata a destra e a manca da ventidue ominidi vestiti come se stessero partecipando ad una corsa campestre.

In tal senso, le cronache sportive ci hanno raccontato di fatti epici, di avventure al limite del paradossale come ciclomotori che svolazzavano letteralmente da un seggiolino all’altro quando ad un comune individuo risulta praticamente impossibile accedere all’impianto con una bottiglietta da mezzolitro di acqua naturale, di fuochi d’artificio, petardi, mazze e tirapugni come se ci trovassimo ad una crociata organizzata dall’Armata Brancaleone, eppure c’è sempre quell’individuo che ai tornelli viene torchiato come una busta di arachidi durante una finale di Champions.

Oggi, in Italia, abbiamo un nuovo-vecchio fastidioso “vizietto”: insultare il prossimo con arrogante presunzione di superiorità di razza, di sesso o di abitudini.

Allo stadio, dunque, c’è chi, in curva, non ha mai avuto alcuna intenzione di venire a passarsi le domeniche o i sabati per assistere alle imprese della propria squadra ma semplicemente per sfogare le proprie frustrazioni, tirando oggetti, dedicandosi al vandalismo e sfoggiando con doviziosa arguzia la propria ignoranza, additando, offendendo un altro soggetto per il colore della pelle, per le abitudini alimentari o per la collocazione geografica, contagiando come la peste, o qualunque malattia morbosa, gli spettatori limitrofi che dovrebbero condannare senza appello certi atteggiamenti anziché indignarsi per la squalifica della curva o per provvedimenti severi adatti ad un pubblico asilo frequentante.

In un paese dove certa gente si concentra sul divieto di sosta commesso da un calciatore, sul matrimonio di una soubrette o sulle linguacce di un vip ai giornalisti quello che deve far riflettere sono le motivazioni per cui si va ad assistere ad una partita di calcio.

Si tratta davvero di un manipolo di decerebrati ignoranti o è un malcostume nazionale?

Girolamo Ferlito

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