Pubblicato il: 1 Giugno, 2010

In missione per conto dell’Africa

Alessandro Zappalà è un giovane missionario di Catania. La sua avventura è iniziata per caso e l’impatto con la realtà africana, della quale pochi hanno una vera percezione, ha radicalmente cambiato la sua vita. Rispondendo alle domande, spiega senza mezzi termini quanto sia grande la responsabilità che l’Occidente ha nei confronti del Terzo Mondo, lasciando trapelare dettagli inquietanti.

Quando e come è scattata la decisione di abbandonare le tue abitudini ed intraprendere questo cammino così difficile?

Nell’estate del 2001, quando per la prima volta ho messo piede in Africa, in Tanzania, per soli 40 giorni. Accompagnavo un caro amico missionario e, più per desiderio di avventura che per reale spirito solidale, mi recai lì. Difficile poter racchiudere in poche battute quel carico di emozioni che si sono impossessate di me attraverso lo sguardo silente e sorridente della gente che mi ha accolto. Altrettanto difficile è spiegare cosa vuol dire aver ricevuto tutto da quella gente che apparentemente nulla sembrava potermi offrire. Retorica forse, o scorci di poesie,  fatto è che da quei giorni vissuti in Africa, la mia vita ha preso una svolta straordinaria. Al mio rientro in Italia, ho conosciuto il Movimento Giovanile Missionario di cui oggi sono il responsabile nazionale, dopo esser stato segretario regionale per la Sicilia. Questo si occupa di sensibilizzare i giovani ad un dialogo interculturale e interreligioso nelle nostre città, che oggi più che mai sono terre di missione. La cultura dell’accoglienza opposta ad una società xenofoba, la convivialità delle differenze contro una cultura dell’indifferenza, cerchiamo di educare al consumo critico, alla lotta agli sprechi, alle campagne sul disarmo. Una cosa che mi ha insegnato l’Africa è che se non cambiamo stile di vita noi in Occidente, solo morte e povertà spetteranno al Sud del mondo. Non è stato facile scegliere questa strada, per anni ho creduto di essere matto, di essere solo a pensarla così, finché non decisi di ripartire, stavolta per 6 mesi, ancora in Tanzania. Quella fu decisamente l’evento clou della mia vita: la madre Africa, che mi ha insegnato la morte, la sete, la fame, la povertà che diventa miseria ma anche la forza di rialzarsi, di amare la vita ogni giorno, di non dare nulla per scontato, di crederci fino alla fine, di ESSERE e non di FARE. In un mondo che ti dice di fare per diventare, lei mi ha insegnato ad essere per vivere!

Spesso si dice che gli aiuti umanitari non giungono a destinazione: hai avuto modo di verificare il  contrario o confermi?

Molti sono gli enti in Italia che si occupano di raccogliere fondi per il sud del mondo, primo fra tutti l’Unicef. Il problema però è che l’80% dei fondi raccolti da Unicef finiscono in spese pubblicitarie e in spese di mantenimento del personale, ecco perché al sud del mondo spesso non arriva quasi nulla! Altro grande problema circa gli aiuti è che spesso gli aerei o i containers che partono dall’Occidente carichi di materiale, vengono sequestrati dalla polizia locale e letteralmente svuotati. E’ importante ricordare che quasi tutti i governi africani sono corrotti o facilmente corrompibili e quando la presenza di missionari o di ONG risulta scomoda questo può accadere facilmente.

Quali sono le difficoltà pratiche insite in questa scelta di vita?

Le mie difficoltà pratiche in questo lungo itinerario di vita sono anzitutto essere coerente allo stile di vita sobrio che reputo necessario per il cambiamento delle cose nel mondo, soprattutto per via del fatto che il sistema ti invita a dimenticare facilmente quanto visto e vuole farti credere che è meglio vivere pensando prima a sé stessi. Poi è difficoltoso mantenere la costanza: facilmente viene di buttare la spugna, di mollare tutto. Occorre essere costanti e non aspettarsi il cambiamento del mondo dall’oggi al domani ma passo dopo passo.

Qual è il ricordo più impressionante che hai?

Non amo molto parlare delle scene crude alle quali ho assistito, non mi piace far cinema con la mia gente per impietosire quanti ascoltano e strappar loro qualche spicciolo. In Africa si muore di malaria, di aids, di malnutrizione ma soprattutto di egoismo, il nostro. L’egoismo del bianco in vacanza a Nairobi che si carica in macchina una ragazzina costretta a prostituirsi in strada, l’egoismo dei potenti della terra che lasciano morire di malaria milioni di persone nel mondo, quando un vaccino per evitarlo costa solo 0,18 centesimi di dollaro, l’egoismo di chi fa finta di non sapere che 4 miliardi di persone nel mondo vivono con meno di 1 dollaro al giorno. Non sono scene abbastanza crude queste?

Fra le vostre attività è compresa la catechesi: qual è l’atteggiamento della tua istituzione verso i soggetti più riluttanti nei confronti del Cristianesimo?

Sono Cristiano e spero che tutta la mia vita sia una testimonianza viva e concreta che un mondo migliore è possibile, che una cultura d’accoglienza è fattibile, che un tempo di pace è realizzabile. Non m’importa di convincere l’altro ad abbracciare la mia stessa fede, m’importa di sentirmi suo fratello ugualmente e di dare a lui la stessa possibilità. Questa è per me evangelizzazione. Gesù di Nazareth non ha imposto nulla a nessuno, perché dovrei farlo io? Non so se la mia istituzione la pensa come me, poco m’importa.

Cosa potrebbero e dovrebbero fare, secondo te, i governi occidentali per aiutare in maniera concreta i paesi del Terzo Mondo?

I governi occidentali dovrebbero “convertirsi” nel senso umanitario del termine. Non dovrebbero finanziare né promuovere guerre, dovrebbero vivere sobriamente, dovrebbero ridurre gli sprechi che le loro multinazionali creano, dovrebbero provare la povertà, dovrebbero fare in macchina la Salerno-Reggio Calabria prima di pensare al ponte sullo stretto.

Ornella Balsamo

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