Pubblicato il: 4 Settembre, 2008

L’indecenza

Il primo romanzo di Elvira Seminara, pubblicato ad aprile 2008 dalla Mondadori, sta riscuotendo significativi apprezzamenti dalla critica e dai lettori, indice ciò della qualità della scrittura e dello spessore del contenuto.

Sergio Pent,  nella pagina di Tuttolibri de La Stampa del 30 agosto, cita L’indecenza tra i libri che spiccano ma che, purtroppo, rischiano di essere oscurati dai grandi concorsi nazionali: “In casa Mondadori, -scrive il critico- per un esordiente da sballo, si spegne un romanzo intenso e ossessivo  – lampi di Simenon, volendo – come L’indecenza di Elvira Seminara”.

Al centro del romanzo è lo sguardo psicologico e penetrante della protagonista a fare da ‘voce narrante’. Sguardo acuto verso gli angoli più imperscrutabili di una realtà percepita mediante la precarietà deduttiva della mente, posta al confine tra l’opacità e la trasparenza dell’atto conoscitivo.

L’atmosfera entro cui si muovono i personaggi è ovattata, così come ovattata è la realtà percettiva della protagonista, in continua lotta con il noir del suo inconscio, con quel labile lato della psiche che appartiene alle radici dell’umanità. Ci incontriamo con il leitmotive del doppio, tradotto da Otto Rank nell’alter ego narcisista e lesionista, inevitabilmente legato a quello junghiano dell’insopprimibilità dell’ inconscio collettivo, padre e complice del perturbante di cui Freud coglie il riflesso nelle opere di Hoffmann, di Poe, di Gautier: “Ci sono ombre che a loro volta fanno ombra… – scrive l’autrice attraverso l’io narrante della protagonista – … ombre in movimento, più svelte delle cose da cui nascono, ombre a grappolo, trappole, che sembrano ombre di cose invisibili. Ombre spezzate, ma originate da cose intere… Le cancellavo con lo straccio, quelle per terra, e ricomparivano”.

Vi è una continua osmosi tra aggettivi e sensazioni, tra oggetti e stati d’animo: “C’era un silenzio… che tessevamo come un filo, trasparente e teso, come quello della biancheria. Ci appendevamo i nostri pensieri ad asciugare al sole, a sventolare” oppure: “Erano a volte pensieri umidi e vecchi, specialmente i miei, un poco mesti come calzini spaiati, oppure sfatti come stracci”. Le stagioni, il tempo, si personificano: “Ci eravamo distratti. Mentre pioveva, l’autunno si era stabilito a casa nostra con tutti i suoi bauli”.

L’indecenza assume allora diverse sembianze: ora quelle di ciò che non è adeguato socialmente, ora del non corretto linguisticamente: “incedente”. Ma l’indecenza è, paradossalmente, nella complessità del libro, soprattutto il compromesso tra lo stato innocente della ragione e la sua parte forzata che diviene accondiscendente alle norme della vita. Può inoltre essere l’istintività smaliziata di Ludmilla (la colf ucraina che va a lavorare presso la donna e il marito), macchiata dall’adattamento alle regole quotidiane ed esistenziali all’interno di una casa che mostra profonde discrepanze: una casa umana, vivente, capace di registrare gli umori, gli stati d’animo di colei che la scruta ed abita. O forse tale è solo per una donna che le cose le filtra con il velo della sofferenza e della disperazione indelebili.

Sabina Corsaro

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