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Infortuni sul lavoro: storie quotidiane di quotidianità stravolte

4 ottobre 2011, di   Stampa articolo Segnala articolo  

incidente-lavoroForse ben in pochi ne parlano, ma, rispetto al 27 settembre 2010, la percentuale di morti sul lavoro è cresciuta al 14%, per un totale di 487 morti: un dato che supera gli 800 decessi se, poi, consideriamo anche chi perde la vita durante il tragitto in automobile, spesso stanco, stravolto e stressato da una giornata intensa. Una percentuale altissima, che bene o male tocca da vicino ognuno di noi: ormai, la stragrande maggioranza della popolazione lavora, ed ha a che fare con macchinari e pericoli ad essi connessi quotidianamente. Oltre al fatto che questa è tutt’altro che una possibilità remota: ogni giorno qualcuno, in Italia, non fa ritorno a casa.

Le cause sono da ricercarsi, probabilmente, nell’arretratezza e nell’inadeguatezza di certi macchinari non a norma utilizzati “di nascosto” da molte più ditte di quanto si potrebbe pensare, e la confidenza che ogni lavoratore prende con esse dovuta al rapporto quotidiano che lo portano spesso ad una certa noncuranza o disattenzione ai pericoli ad esse legati.

La maggior parte degli incidenti sono quelli che accadono nell’agricoltura: essa occupa la prima posizione con ben il 30,6% del totale dei decessi, che corrispondono a 148 lavoratori. Di questi, moltissimi sono quelli rimasti schiacciati da un trattore, solitamente senza protezione, che si ribalta: questa è più o meno la dinamica con cui muoiono il 20% dei decessi totali sul lavoro in Italia. Molti altri di loro muoiono, poi, conducendo mezzi ingombranti sulle strade pubbliche: un lavoro probabilmente ritenuto più “semplice” rispetto alle ore sudate tra i campi e commissionato per lo più ad ultrasessantacinquenni che non hanno più i riflessi necessari per portare un mezzo del genere in mezzo al traffico.

All’agricoltura, segue l’edilizia, che detiene il 26,7% del totale dei morti sul lavoro, corrispondenti a 127 vittime, le più precipitate da impalcature ad altezze considerevoli.

A queste cifre, inoltre, dobbiamo sommare i lavoratori in nero e quelli clandestini: soprattutto questi ultimi vivono in condizioni pessime dove la possibilità di incidenti sale vertiginosamente. Di queste morti, però, solo 1 su 3 viene registrata: da qui ci possiamo rendere conto che i dati impressionanti che abbiamo in mano altro non sono se non la punta dell’iceberg, ed il numero sale ancora se consideriamo anche le cosiddette “malattie professionali”, ovvero come alcuni materiali o macchinari con cui alcuni hanno a che fare ogni giorno a lungo andare possano nuocere gravemente e mortalmente alla nostra salute (basti pensare ai tumori contratti dai lavoratori di amianto). Insomma, ecco la storia: lavoriamo tutta la vita con fatica, sudore e sacrificio, e c’è chi viene ripagato dei propri sforzi con una morte acerba. Di fronte a questa constatazione ed all’amaro in bocca che inevitabilmente lascia, agli italiani non resta che reclamare: più controlli sull’attuazione delle norme di legge sulla tutela dei lavoratori non farebbero di certo male.

Sara Servadei

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