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Intervista a Luisa Grosso

11 maggio 2012, di   Stampa articolo Segnala articolo  

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In foto - Luisa Grosso

“Il romanzo racconta l’estate di una giovane donna in bilico, Miriam, da anni in equilibrio precario tra il desiderio di vita e l’amore sincero che prova per suo marito, Pietro, che un incidente in bicicletta ha trasformato in una creatura da accudire, totalmente dipendente da lei. Ho scelto di far accadere questo evento drammatico in una coppia che viveva una storia d’amore già molto conflittuale, per narrare le incongruenze, le contraddizioni dei sentimenti in modo più significativo e radicale. La malattia trasforma i sentimenti, la cura ha molti aspetti contraddittori.”

Luisa Grosso, regista di documentari e opere teatrali, al suo esordio letterario con il romanzo Miriam e la geometria, mi spiega com’è nata l’idea di raccontare le vicende di Miriam e della sua estate particolare, quella in cui prenderà una decisione rispetto alla sua vita e a Pietro, il marito che da quattro anni è in stato di “coscienza minima”, imprigionato in un corpo immobile .

“Il libro nasce da una necessità “autobiografica”, da una scelta molto dolorosa che ho dovuto compiere e che, molte persone, nella vita si trovano ad affrontare. Spero che il libro comunichi questa autenticità, pur nelle invenzioni dei personaggi e della trama. Volevo raccontare una storia drammatica che porta in sé tante contraddizioni: il senso di colpa, il dolore, ma anche la leggerezza con cui si continua a vivere e a desiderare la felicità e l’amore.

Allo scopo ho scritto dodici racconti, ognuno dei quali ha una voce narrante diversa (a parte la protagonista che torna quattro volte) e una sua compiutezza, ma che, insieme, compongono un’unica storia. Ogni personaggio agisce ma ci rende partecipi del suo monologo interiore a volte in contrasto, a volte coerente con ciò che fa. Ogni personaggio è legato alla protagonista. Miriam e il suo presepe: la figlia piccola, la figlia adolescente, un amante più grande di lei, un uomo più giovane che l’affascina, il padre, tutti a rivendicare il diritto alla felicità, tutti a cercare la libertà da quel dolore, tranne Miriam, che ne rimane intrappolata.”

Però anche lei prende una decisione, alla fine, sulla sua vita.

“Alla fine sì, perché vive questa estate tra situazioni e persone che la influenzano, sempre per il principio che noi siamo le relazioni che abbiamo. La bambina, Lidia, è quella che fa scattare tutto, con quella frase rivolta alla mamma: ‘Mi sveglio la mattina e sono allegra, poi vedo papà in quello stato e divento triste. Pensi sarò triste tutta la vita?’

Anche la figlia adolescente di Miriam, che vuole rimanere a Londra e scappare dalla quotidianità casalinga, cerca la sua felicità. Il padre di Miriam rappresenta l’esempio più radicale di questo atteggiamento: a dispetto dell’amore per la terra e delle proprie radici e nonostante sia un uomo anziano, ha la consapevolezza di voler cambiare la propria vita e la forza per farlo e diventa per Miriam un esempio importante.”

Ti è costato far prendere la decisione finale a Miriam?

“Miriam si è resa conto, a un certo punto, che la sua vita era a una svolta, che la geometria che si era costruita nulla aveva a che fare con il suo desiderio più profondo. Riconoscere i propri desideri e, soprattutto, concedersi il diritto di assecondarli, è una tra le cose più difficili nella vita. Spesso si sta in situazioni anche difficili, ma che danno tranquillità ed equilibrio, per quanto apparenti. Si, mi è costato farle prendere la decisione finale, ma proprio questo è il libro: la storia di una liberazione.”

Miriam e la geometria: come mai questo titolo?

“Il titolo è nato alla fine; prima ho dato i titoli a tutti i racconti e poi mi è sembrato che quello intitolato Miriam e la geometria, che è il penultimo, fosse l’essenza del romanzo. Là Miriam, osservando la vigna tanto amata distrutta dalla tempesta, inizia a interrogarsi su cosa succede nella vita quando i confini si perdono e bisogna ‘rimisurare’ tutto. Che cosa succede quando si è inondati e distrutti. La geometria, inoltre, sottende la struttura dei racconti perché, così come la geometria, nata nell’antico Egitto per ridefinire i confini delle terre dopo le inondazioni del Nilo, disegna le proporzioni e i perimetri, così la scrittura, attraverso geometrie narrative, sistema il caos delle emozioni, le fondamenta, e costruisce le mura solide del racconto per farle poi abitare da personaggi che danno voce a quelle emozioni. Una piccola (e ironica) dichiarazione di poetica: ho voluto sottolineare il “geometra” che c’è in me.

Come sei riuscita a far pubblicare  il tuo romanzo? Il mondo dell’editoria è in crisi, non è difficile trovare un editore che decida di scommettere su un esordiente?

“Io sono stata fortunata; ho mandato il manoscritto a quattro case editrici che pensavo facessero al caso mio. Una non mi ha risposto. Due mi hanno risposto, anche in modo approfondito – quindi il libro l’avevano letto – dicendo in sostanza che non corrispondeva alle loro scelte editoriali.  Il quarto editore, Sandro D’Alessandro di Et.al., piccolo editore molto capace e raffinato, che mi è stato segnalato da Lidia Ravera cui avevo mandato il manoscritto e le era molto piaciuto, mi ha detto di sì. Mi ha risposto che il romanzo era inusuale e ‘incosciente’ e l’avrebbe pubblicato con entusiasmo. Il mio, però, è stato forse un percorso anomalo. Io so di tanti scrittori di talento, poi diventati importanti, che hanno mandato il manoscritto a decine di case editrici prima di essere pubblicati. La pubblicazione è un traguardo, ma il mercato ha delle logiche ferree: la distribuzione, la posizione fisica che il libro occupa nelle librerie, la promozione, sono tutte variabili che possono decretare il successo del libro oppure una sua vita molto breve. Farsi recensire, soprattutto, non è facile per un esordiente. Il mercato culturale è sempre più esigente. O sfondi subito, altrimenti sparisci, un po’ come per i film. In ogni caso consiglio a chi vuole scrivere di non curarsi di questi aspetti, ma della potenza delle sue storie.

Stai pensando a una trasposizione cinematografica del tuo romanzo? Potrebbe essere il tuo primo lungometraggio.

“Mi piacerebbe molto. Ho già uno sceneggiatore, anche importante, che ha letto il libro e ha deciso di lavorarci. Ora stiamo cercando un produttore che si appassioni al progetto, che ci creda, ma non è semplice in questi tempi grigi.. Mi piacerebbe farne un film un po’  …. ‘francese’ come stile: libero, non costretto in strutture narrative troppo rigide, che sia a strappi e a scene madri.”

Io ho adorato le pagine del viaggio dalle Langhe al Portogallo di Miriam e Pietro, a mio parere bellissime.

“Quello sai, è il capitolo finale…pieno di immagini. In questo dialogo muto, cosa che avviene tra persone che si conoscono profondamente e che in un viaggio trovano condivisione di spazio e emozioni, i pensieri si intrecciano, procedono per associazioni. E poi c’è la musica che li lega. E il silenzio: il silenzio di Pietro che diventa quello di Miriam.”

Per conoscere meglio il romanzo e la sua autrice, segnalo la presentazione presso la Feltrinelli di Verona, Via Quattro Spade 2, il 30 maggio alle ore 18.

 

Mariangela Celiberti

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