Pubblicato il: 26 settembre, 2011

Intervista a Turi Giordano

Turi-Giordano-2Turi Giordano nasce a Catania il 23 gennaio 1956. E’ regista, autore e attore.

Cos’è il teatro per Turi Giordano?

R. – Siccome io credo nel significato recondito delle parole e soprattutto nella “magia”  degli anagrammi, quando sento la parola “teatro” per me è come dire “attore”, quindi l’attore e il teatro secondo me sono un tutt’uno. Il teatro è un mondo sovrannaturale e di conseguenza anche l’attore vive in un suo mondo fantastico. Il teatro è la fantasia della realtà, la storia trasformata in Mito, il pensiero tramutato in poesia, l’azione che diventa danza, il quotidiano affrontato con passione. Il “teatro” è la vita stessa perché, anche se non sembra, tutti recitiamo nel palcoscenico chiamato mondo e l’Uomo smette di essere attore solo quando ha finito di recitare la propria esistenza cioè quando la “morte” ( il “tutto” o il “nulla”) metterà fine alla vita di ognuno chiudendo per sempre il sipario. Comunque il “teatro” per me  è il concentrato di tutte le emozioni che possano esistere su questa terra e quando, tramite il teatro, il pubblico, compreso l’attore, si emoziona, il teatro ha raggiunto il suo scopo, qualunque sia l’emozione giunta, (pianto, risata, felicità, tristezza, amore, odio etc.).

Come nascono le tue rappresentazioni?  Esponici il dietro le quinte dei tuoi lavori.

R. – Quando mi accingo a mettere su uno spettacolo la prima cosa che faccio è quella di mettermi nei panni del pubblico e quindi se vedo che il testo possa interessare alla gente io incomincio a lavorarci su e durante tutto il periodo della messa in scena penso soltanto a quel copione teatrale tanto che persino i miei sogni sono invasi dalle situazioni del lavoro teatrale che devo affrontare (sia come regista, sia come attore che come autore) e tutto quello che mi circonda diventa laboratorio vivente per la rappresentazione che mi appresto a fare. Per quanto riguarda “il dietro le quinte” dipende dalle vesti che devo vestire (interprete, autore o regista). Se devo interpretare un personaggio cerco di pensare, parlare e muovermi come l’autore del testo e il regista dello spettacolo mi propongono; se invece devo scrivere un copione teatrale di natura storica, mi immergo innanzitutto nella ricerca a 360 gradi per conoscere bene la storia e i personaggi che devo scrivere, poi scelgo i momenti più interessanti e li reinvento secondo la mia visione artistica; se invece il testo da scrivere è di pura invenzione, allora mi lascio andare alla più sfrenata fantasia cercando prima di tutto di divertirmi nello scrivere perché solo così sono sicuro che anche il pubblico si divertirà al momento della rappresentazione; se invece devo mettere su uno spettacolo e quindi vestire i panni del regista i miei assunti principali sono cinque: serietà, puntualità, meticolosità, passionalità e professionalità! Dopo di che lo spettacolo che verrà poi rappresentato sono più che certo avrà il dovuto successo!

E poi, andando ancora più indietro di dietro le quinte la cosa che più mi piace di questo lavoro è la ”convivialità” cioè discutere e parlare con gli artisti davanti ad una buona pietanza accompagnata da un buon bicchiere di vino; perché come sostengo da anni: “fare teatro è un mestiere di-vino”.

Ti dedichi molto al lavoro archivistico: quanto è importante per un autore teatrale la Cultura?

R.- La Cultura (e hai fatto bene a scriverla con la C maiuscola) non è importante solo per chi fa teatro, è importante per chiunque voglia conoscere l’Uomo in tutte le sue sfaccettature e nelle sue massime espressioni artistiche. Io fin da piccolo ho avuto il bernoccolo della ricerca, forse perché avevo libero accesso alla biblioteca universitaria dove, conoscendo il custode, andavo a “rovistare” fra gli antichi libri che erano a mia disposizione. Poi, crescendo, il “bernoccolo” è diventato mania, e adesso, ovunque io vada, spulcio tra mercatini dell’usato e vecchie libreria alla ricerca di qualcosa che nessuno ha mai notato prima. Fra le ultime “trovate” c’è un film muto di Giovanni Grasso, del 1909, intitolato “Un amore selvaggio” che molti ritenevano smarrito e una volta ritrovato (nel 2005) nessuno si è accorto che il co-protagonista del film (il protagonista è Raffaele Viviani) è niente meno che il grande attore catanese Giovanni Grasso di cui nessuno ha mai visto nulla (poiché i suoi film sono andati smarriti), ma addirittura di questo “amore selvaggio” nemmeno i critici più  informati ne sapevano nulla, tant’è che non risulta nemmeno nella filmografia dell’attore etneo. A tal proposito ringrazio l’amico Franco La Magna, che tramite questa mia “scoperta” ha recuperato il film che si trovava in Olanda. In oltre ultimamente ho trovato una scena di una commedia inedita di Martoglio, ma di questo ne parlerò un’altra volta. Comunque scoprendo cose nuove mi fa sentire un “archeologo” del teatro siciliano e quindi un artista che ad ogni scoperta si realizza sempre di più.

Turi-Giordano-1Ti sei occupato spesso della rivisitazione  del  teatro di Nino Martoglio recuperando spesso del materiale inedito (penso a “Don Procopio Cicerone Per le strade di Catania”, pubblicato da Associazione Culturale Teatropoli  ed altri). Ce ne parli?

R. – Martoglio nonostante che  i suoi lavori teatrali siano stati fatti in tutte le salse, ancora oggi è un autore ancora del tutto da scoprire. Come accennavo prima non tutte le commedie smarrite di Martoglio sono del tutto disperse, cercando meglio qualcosa uscirà fuori, ma oltre alle cose da “ritrovare” c’è tanto da tirar fuori anche nel “D’Artagnan” (il settimanale che lui pubblicò dal 1889 al 1904), l’importante è saperlo leggere e collegarlo con la vita e la storia teatrale di Martoglio. Ora ho in mente di pubblicare “ Il catechismo di Don Procopio” dove il belpassese (Martoglio nacque a Belpasso), tramite il suo alter-ego, cioè Don Procopiu ‘Mballaccheri, racconta ai ragazzi della Civita la sua versione in chiave comico-satirica della Bibbia. Uno spasso veramente.

Ultimamente ti sei cimentato nell’abbinamento musica e teatro, dove per musica si intende  la quella d’orchestra. E’ un esperimento o vuole essere l’inizio di una vera e propria ricerca?

R. –  Come avrai capito io amo l’Arte in tutte le sue forme e mi è sempre piaciuto mettere in scena spettacoli multimediali dove oltre alla parola vi sia spazio per la musica, per la danza, per i video e via discorrendo.  Di spettacoli così ne ho fatti a un bel pò, ma cito soltanto: “Romeo e Giulietta” (1994) da Shakespeare, con le musiche di Bernstain, Rota, Ciaycosky ed altri;  “La lupa” (1999) da Verga, con musiche di Carmelo Furnari; “Carmen” (1994) da Merimèè con musiche di Bizet e Prinzivalli; “Cavalleria rusticana” (2007) da Verga e “L’Orlando pazzo” (2002) con musiche di Turi Mancuso; “Fenesta che lucive” (2001) di Turi Giordano con musiche di Bellini; “Musco” (1988) del sottoscritto con musiche di Mignemi; tutti spettacoli dove vi era una commistione di prosa, danza, canto e a volte anche video. Nell’ultima opera, quella a cui ti riferisci, cioè “La Star e il Maestro”,  in effetti ho voluto fare un nuovo esperimento mischiando teatro dialettale a musica classica ed operistica con puntatite al cabaret. Visti i risultati devo dire che l’esperimento è riuscito alla grande e sicuramente ci sarà un seguito.

 In Sicilia qual è lo stato di salute del teatro?

R. –  Da sempre si dice che il teatro è in brutte acque ciò vuol dire che il teatro ha avuto sempre dei problemi, però in questi ultimi tempi la crisi è veramente profonda, vuoi perché la televisione cattura più gente del teatro, vuoi perché le tasche del pubblico sono vuote e quindi “veni da manca” comprare un biglietto teatrale, vuoi perché il teatro moderno arranca per fare concorrenza alle “fiction” ai programmi televisivi e ai film Kolossal. Secondo me il teatro per avere sempre un pubblico “entusiasta” deve ritornare alle origini cioè scendere in piazza e coinvolgere gli astanti. Tivù e cinema questo non lo possono fare.

Ci sono delle opere o degli autori di cui ti vorresti occupare a breve e lungo termine?

R. – Mi piacerebbe mettere in scena la vita artistica di Giovanni Grasso di cui ho già pronto il testo e poi, ma questo credo sia più difficile, portare a teatro “I poveri disturbano” di Zavattini. Anche di questo ho già pronto il testo.

 Cosa consigli a coloro che vogliono intraprendere la strada della drammaturgia?

R. – Nulla! L’unico consiglio è non consigliare nulla, proprio perché chiunque voglia cimentarsi nello scrivere per il teatro, lo deve fare in maniera libera, senza condizionamenti e soprattutto senza punti di riferimento, solo così nasceranno nuovi testi senza avere nulla a che vedere con il passato.

 Quanto la tv soffoca, se lo soffoca, il teatro?

R. – La tv in effetti soffoca un po’ il teatro però non può sostituirsi al teatro perché ancora oggi una rappresentazione teatrale è una vera e propria funzione “drammatica” viva, cosa che né la tv né il cinema possono avere.

 Ci sono attualmente dei progetti in corso?

R. – Sì, tanti, ma il difficile è farli diventare realtà!

 

18 settembre 2011
Turi Giordano

Sabina Corsaro

 

 

 

 

 

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