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Intervista a Viola Di Grado

15 settembre 2011, di   Stampa articolo Segnala articolo  

Viola Di Grado è nata a Catania, si  è laureata in Lingue Orientali; attualmente vive  e studia a Leeds. A 23 anni è già vincitrice del premio Campiello  opera prima 2011  con il libro Settanta acrilico, trenta lana(Edizioni e/0). Di lei Giulio Ferroni ne Il Manifesto scrive: “La ventitreenne Viola Di Grado, con Settanta acrilico trenta lana, ci dà una formidabile prova di scrittura: entro la rappresentazione di un mondo cupo e lacerato, tra malessere, degradazione, desiderio, rabbia verso il mondo che rovinosamente precipita”.

Hai più volte sostenuto che hai cominciato a scrivere a 5 anni. Ci racconti la tua iniziazione alla scrittura?

“Avevo inventato un mio alfabeto personale, che mi piaceva di più esteticamente, e ho cominciato a scrivere con quello. Nel frattempo inventavo giochi da tavola e giravo corti. Sono poi passata al nostro alfabeto. Mi piaceva aprire il dizionario e scegliere delle parole per poi scrivere una storia che le contenesse tutte. Per lo più le cose che scrivevo da piccola, a parte i fumetti e le fiabe game (storie interattive, ne scrivevo un sacco) erano lunghi racconti illustrati e decisamente tragici. Fin da allora ho preso la scrittura molto sul serio. A 8 anni ho firmato un patto con me stessa: fino ai 17 non avrei più parlato, solo scritto. Ovviamente non l’ho seguito.”

Cosa vuol dire per Viola Di Grado scrivere?

“Dimenticare il linguaggio, per poi reinventarlo.  La mia scrittura sono io: mi sono sempre sentita più una scrittrice che una persona.”

Quali accezioni può avere, a tuo avviso, il termine lettura? Può esistere scrittura senza prima aver praticato per un lungo tempo buone letture?

“Credo che la scrittura senza lettura sia sicuramente possibile. Ma non la consiglio, per ovvi motivi.”

Nel tuo primo romanzo, Settanta acrilico trenta lana, non è solo la scrittura a spiccare (con i giochi linguistici, le metafore, le immagini letterarie) ma anche i luoghi, come se si creasse una sorta di sinestesia  tra immagini e lingua nel tessuto diegetico. Come nasce in te la parola scritta: da un’immagine, da un suono, da un’idea diafana?

“Dipende. Una di quelle cose, o a volte, quand’è più violenta, è pura energia  indifferenziata che io devo differenziare.”

Credi che esistano dei luoghi che ispirino di più lo scrivere rispetto ad altri, o siamo noi, lontano da alcuni luoghi, ad avere più chiare delle sensazioni e quell’urgenza di scrivere?

 “Sicuramente ci sono luoghi che m’ispirano di più e altri meno. Sono ossessionata dalla bellezza, un luogo stupendo può darmi un romanzo intero.”

Tu ti occupi di studi orientali: quanto la conoscenza di altre culture ci arricchisce e ci cambia?

“Molto. Grazie al diverso si reimpara il familiare con l’oggettività e diffidenza necessarie alla creazione artistica.”

Cosa invidi ai giapponesi e cosa cambieresti di loro?

 “Amo la loro ossessione per la bellezza e non approvo il feticismo che molti di loro hanno per tutto ciò che è straniero.”

Quali sono le tue passioni? Oltre alla scrittura che, ormai, può essere considerata anche una professione.

“Amo fotografare. Amo il cinema. Amo le lingue, quest’anno imparerò il sanscrito. Poi faccio spesso i cosiddetti “libri darte”, collages con carta e stoffe su libri, spesso antichi.”

Viola Di Grado ha già realizzato il suo sogno nel cassetto? O ne tiene altri ben nascosti?

 “Per fortuna ne ho pieno un armadio intero.”

Sabina Corsaro

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