Pubblicato il: 3 Febbraio, 2019

Intervista immaginaria a Freddie Mercury

freddie_mercury«Questa è la vita vera?
o è solo fantasia?
Travolto da una frana
Senza scampo dalla realtà
Apri gli occhi
Alza lo sguardo al cielo e vedrai …»

dal testo “Bohemian Rhapsody” (Queen)

Volgo gli occhi al cielo accompagnata dalle note di questo affascinante pezzo che passa con disinvoltura dal canto a cappella alla ballata, dall’hard rock fino a giungere persino all’opera, rapita e coinvolta dal magico mix di arte abbasso lo sguardo consapevole di non avere scelta perché stavolta è la fantasia a non dare scampo.

Lo vedo arrivare con occhiali scuri, avvolto in abiti più pacati rispetto a quelli a cui ci ha abituati per anni, ma sempre in baffi e sorriso speciale, anche se con un’insolita aria seria.

Seduta al tavolo del bar di un noto hotel, abbandono di scatto mp3 e sedia alzandomi per un’accoglienza che non riesce a nascondere l’emozione di un incontro eccezionale dopo oltre vent’anni di silenzio.

Semplici saluti, presentazioni e inizia l’intervista.

Signor Farrock Bulsara, meglio conosciuto come Freddie Mercury, inizio col chiederle le origini del suo nome d’arte e quelle del nome del gruppo.

«Cominciai a farmi chiamare così ripensando al verso di una mia canzone, “My fairy king” in cui chiedevo aiuto ad una certa Mother Mercury , figura nella quale identificavo mia madre … Il nome Queen invece lo scelsi perché racchiudeva in sé regalità e splendore. Un nome dall’impatto forte e immediato che poteva essere universalmente capito oltre che interpretato».

(Non sembra aver trovato particolarmente interessante la mia domanda. Penserà che ci siano domande migliori da fare ad uno come lui).

Oltre ad essere stato un grande cantante, è senz’altro stato un grande compositore. Tra i riconoscimenti attribuiti ai suoi testi ricordiamo l’elezione come miglior singolo britannico di tutti i tempi di Bohemian Rhapsody dal Guinness Book of Records, mentre nel 2004 la stessa canzone è entrata nel Grammy Hall of Fame, seguita nel 2009 da We Are the Champions, la quale inoltre venne indicata da un sondaggio mondiale la miglior canzone al mondo. Qual è la caratteristica principale delle sue opere?

«Probabilmente ciò che rese originali le mie canzoni fu la voglia di rendere ogni composizione un misto di stili diversi. L’arte non è solo in musica, proviene dal cinema, dal teatro, dalla lettura, e trovavo fantastica la possibilità di fondere tutti questi elementi insieme a vari generi musicali, per dare vita a qualcosa di nuovo e non statico».

queenPotremmo dire che la sua eccentricità sia stata un ingrediente fondamentale del successo dei Queen. Molte furono le esibizioni estrose al punto da diventare vere e proprie esibizioni teatrali. Inoltre non era inusuale per lei e gli altri componenti del gruppo chiudere i concerti lanciando rose agli spettatori, brindando con loro sorseggiando champagne e cantando l’inno nazionale del Regno Unito, God Save the Queen. E’ stato un incredibile frontman in grado di trascinare con grande vigore e passione il suo pubblico che lo ha amato tanto nelle apparizioni dal vivo, come lo ama ancora oggi, lontano dai riflettori. Che importanza aveva per lei il rapporto con i suoi spettatori?

« Il rapporto con i fans era di interesse vitale per me. Loro stessi erano la mia passione. Ho avuto il grande privilegio di trovare la mia strada nella vita e di poterla percorrere; quella strada mi ha condotto dritto alla musica con la quale è nato un amore folle che potevo ricambiare appieno solo rendendolo pubblico, solo condividendolo ed esprimendolo sotto ogni forma possibile, così com’era. La musica diventava una forma d’arte completa e definitiva solo quando partendo da me poteva arrivare ad altri, quando dal mio cuore giungeva a toccare quello di milioni di persone. Quindi era in un certo senso un dovere dare il massimo al pubblico, una volontà alla quale non potevo sottrarmi e che trasformava la mia timidezza in un’esplosione di energia. Basta ascoltare canzoni come “Let me entertain you” (“Lasciate che vi intrattenga”) per capire di cosa sto parlando. Descrive esattamente come si manifestava sul palco la volontà di cui parlo : il nostro spettacolo era devozione al pubblico espressa usando ogni mezzo per divertire ed entusiasmare pazzamente fino allo sfinimento».

(Guarda nel vuoto sorridendo, come a ricordare momenti straordinari di una vita fuori dal comune. Sorriso che dà presto spazio ad uno sguardo malinconico).

Signor Mercury, voglio concludere l’intervista chiedendole cosa lo ha spinto dopo così tanto tempo a far sentire nuovamente la sua voce rilasciando questa intervista.

«Se ho deciso di parlare dopo così tanti anni è solo per una ragione, quella che ha cambiato la mia esistenza per sempre. Finora abbiamo parlato della fortuna che ha investito appieno la mia vita , ma saprete bene con quanta brutalità questa mi è stata strappata dalla malattia. Spesso nei miei testi contrapponevo la gioia di vivere alla paura della morte, realtà che ho rifiutato fino alla fine. Sono qui per riparlare di AIDS e per ricordare ai giovani e non solo, che essa è in calo rispetto ad un ventennio fa, ma che non è ancora stata sconfitta. Attualmente la sindrome è curabile con numerosi farmaci, ma non guaribile. Per questo è importante continuare a prestare attenzione al famoso virus HIV perché proteggere i vostri rapporti a rischio significa difendere le infinite possibilità di felicità che la vita può offrirvi».

Con fermezza e commozione ci ha lasciato quest’ultimo suo messaggio. Lo saluto e lo guardo allontanarsi quando il rumore di un aereo insolitamente giallo distoglie il mio sguardo da Freddie per farlo rivolgere verso il cielo. Che strano, il giallo è proprio il suo colore preferito; esiste pure una rosa di questo colore che porta il suo nome, tributo in sua memoria. Riabbasso lo sguardo e all’orizzonte non c’è più lui. Per niente sorpresa vado via ripensando a quanto sia importante dare il giusto valore ad una vita la cui qualità dipende solo da noi.

Maria Grazia Pappalardo

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