Pubblicato il: 28 Luglio, 2009

L’Iran e la rivoluzione impossibile

tehranAli Khamenei non lo sa, ma i più vasti sommovimenti popolari dalla Rivoluzione iraniana sono un prodotto esclusivo dei suoi errori. Il regime non aveva nulla da temere da Mousavi, un khomeinista della prima ora. Allora perché ricorrere a falsificazioni così grottesche, esponendosi al malcontento e alla delegittimazione popolare? Una parentesi presidenziale riformista avrebbe fatto bene al paese, non meno che alle istituzioni confessionali. Così fu nel 1997, dopo la vittoria elettorale di Katami. L’Iran viveva, allora, un pesante isolamento internazionale, divenuto ormai pericoloso per la sopravvivenza stessa della Repubblica islamica. Alla Casa Bianca c’era Bill Clinton, mentre nel mondo imperversavano la New Economy e il mito del Secolo Americano. Oggi Washington è tornata blu come il colore dei Democrats, ma Khamenei sa bene che se col pallido Bill Clinton si dialogava, col pragmatico Barack Obama si rischia di andare ben oltre: l’incubo è un accordo che ponga le basi per un riconoscimento reciproco e la fine del conflitto trentennale con l’Occidente. Gli ayatollah temono il dinamismo diplomatico statunitense, perché un risultato simile provocherebbe, alla lunga, una caduta del consenso interno e un’implosione del regime. La scelta della repressione è, tuttavia, figlia di un timore irrazionale e infondato. Se la leadership americana è molto più intelligente che in passato, nemmeno l’Iran è il paese di una volta. Oggi regge agevolmente alle sanzioni internazionali, grazie ai legami con la Cina, ormai nuova potenza commerciale egemone, e con la Russia, nel frattempo divenuta sede dell’esperimento revanscista di Vladimir Putin. L’Iran non è in recessione, grazie all’aumento del prezzo del petrolio, e all’accresciuta forza contrattuale del cartello dell’OPEC. I dati elettorali avrebbero consentito di misurare il grado di penetrazione dei riformisti, in seno alla base elettorale del presidente in carica. L’economia mantiene, infatti, un forte carattere corporativo, con i suoi settori fondamentali saldamente sotto il controllo statale: Ahmadinejad ha dunque la possibilità di ridistribuire la ricchezza al suo blocco sociale, cioè alle classi popolari, impedendo nel frattempo lo sviluppo del settore privato, su cui prolifererebbero quei ceti medi a lui politicamente avversi. Gli strati della popolazione, disponibili a un rivolgimento antigovernativo, non sono ancora sufficientemente ampi. Non a caso, Katami e Rafsanjani, veri capifila dell’ala riformista, si guardano bene dal mettere in discussione l’organizzazione istituzionale. Senza un popolo economicamente motivato e una leadership politicamente cosciente, non ci saranno profondi rivolgimenti politici in Iran. Analogamente, senza la risoluzione del problema palestinese, non potrà esserci, con l’Occidente, alcun accordo che non sia una farsa. Khamenei sembra averlo dimenticato, ma lo sa bene Barack Obama. Una presidenza Mousavi avrebbe consentito di mettere alla prova i suoi buoni propositi.

Enrico Sciuto

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