Israele-Palestina: i “se” e i “ma”
24 gennaio 2009, di Francesca Licitra
Si riaccende, più infuocata che mai, la storia di una terra dove c’è sempre un popolo di troppo. Il dramma di una guerra “infinita” che non ammette dialogo e che non trova soluzione, torna a far parlare di un universo così vario e intricato. Scuote le coscienze, rinnova il ricordo e chiama all’appello persino i “Grandi” della terra, riportando nel quadro delle loro attenzioni una causa mai risolta. Quella del conflitto israelo-palestinese è la storia di una terra strappata, come un tappeto sotto i piedi, da un popolo ad un altro. Da un lato, il “bisogno” occidentale, nell’immediato dopoguerra, di riscattare il popolo ebraico dal dramma della Shoah “creandogli” e “regalandogli” uno Stato. Con un particolare: quello Stato, però, non nasce dal nulla. Quello Stato è – o meglio, era – terra di un altro popolo. D’altra parte, poi, l’attaccamento di quell’altro popolo a un territorio che gli appartiene. Una casa troppo stretta per due personaggi così diversi: il primo, massacrato, deportato e umiliato, sceglie di ritagliarsi, in questo tragico spettacolo quotidiano, un ruolo da “terrorista”; l’altro, per definizione secolare “un popolo senza terra”, sceglie la parte del “colonizzatore”. Lo scontro è inevitabile. La soluzione definitiva, remota.
Ma oggi questa guerra non ha né “colpevoli” né “innocenti”. È una guerra. E basta. E come ogni guerra comporta vittime, massacri, violenze, e non ha giustificazioni. È solo una tragedia che esige una risposta, una soluzione valida e, una volta per tutte, duratura. Non si tratta, qui, di cancellare in un soffio decenni di violenze, prevaricazioni e stragi reciproche di un popolo contro l’altro, di rimuovere il passato senza lasciargli possibilità di guidare le scelte del presente. C’è una “nazione palestinese” che non è solo una terra – ormai più che ridotta -, ma anche e soprattutto un’entità che si nutre del sogno di continuare ad esistere e di “arabità”. Quell’arabità che è sottomissione alla tradizione e rivendicazione di appartenenza alla comunità araba, unico vero rifugio dal mondo esterno. E c’è anche un popolo che, reduce dai crimini subiti in un passato ancora vicino nel ricordo, ha catalizzato le violenze e i soprusi di cui è stato vittima e ne ha fatto uno strumento per rivendicare, con la forza e col terrore, quei diritti mai avuti. La soluzione, è chiaro, non può essere – ancora una volta – prevaricazione, ma passa per il compromesso e il rispetto reciproco. Ma è proprio questo il problema. Così, mentre riprende il timore che il conflitto infiammi ulteriormente le tensioni di un medio-oriente diviso tra integralisti (spesso vicini alla causa palestinese per un senso di anti-occidentalismo e di solidarietà araba) e moderati, si moltiplicano, da ogni parte, gli appelli al cessate il fuoco e la diplomazia mondiale si impegna nell’elaborazione di una soluzione di pace. Nell’attesa, i rari momenti di tregua concessi e le scadenze elettorali ormai prossime in Israele, Palestina e Libano, lasciano intravedere, almeno ai più ottimisti, la possibilità di un cambiamento di rotta, uno spiraglio di speranza…
Francesca Licitra












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