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L’Africa, qui da noi

Proprio mentre dentro i palazzi dell’Ue si parla di immigrazione e di Africa, il continente nero bussa alle porte dell’Europa, anzi al suo cuore.

Matonge è il piccolo quartiere africano di Bruxelles, e paradossalmente confina proprio con il quartiere del Parlamento Europeo, a cinquecento metri scarsi dal centro della città. Nascosto e protetto tra le vie Chaussée d’Ixeless, Chaussée de Wavre e rue de la Paix, il quartiere apre le sue porte con una scritta invitante: «Matonge en coleurs», ed effettivamente pellame, artigianato e frutta non tradiscono le aspettative di occhi indiscreti.

Ma a guardare bene ci si rende conto di quanto l’Africa in reatà sia lontana. I giocattoli sono quelli in plastica di fabbricazione cinese, la frutta è quella delle bancarella coreane, le sciarpe e la maglieria è quella pachistana.

Le facce sono quelle degli immigrati congolesi, i loro figli ormai europei e degli anziani che soffrono ancora di Mal d’Africa. Alcuni vestono all’europea, altri con abiti colorati e indossano bigiotteria e oggetti vistosi. Originariamente il quartiere era stato chiamato Renkin in onore di un urbanista del periodo coloniale, poi si è scelto per Matonge, frutto venduto nelle bancarelle del mercato di Kinshasa.

E come il frutto, anche il quartiere di Matonge è da spolpare, bisogna assaggiarne le strade, arrivare fino al cuore, succhiarne la linfa dolce-amara. Perché comunque è una grande bolla, cattedrale nel deserto globalizzata che fa della galleria d’Ixelles un angolo di Africa, o forse semplicemente un isolato del Queens di NY con parrucchieri, barbieri che fanno treccine a tutto spiano.

Matonge non è un angolo d’Africa, è una cicatrice e il suo tentativo di rimarginarla. Cinquant’anni dopo la fine del colonialismo Matonge così come il Royal Museum of Central Africa di Tervuren -15 km della Capitale – fanno pensare.

Luogo dove ci si sente protetti e un po’ ci si autosegrega esattamente come a Madragoa a Lisbona, a Barbès in Parigi e nel periferico De Pijp di Amsterdam. Forse qui l’effetto è solo più forte perché vicino c’è il quartiere dei colletti bianchi o perché non è raro trovare gruppetti d’anziani che parlano di diamanti, guerre, indipendenza, colonialismo, Mobutu. Insomma la storia vera, quella vissuta, non da me.

Luca Colnaghi