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L’istruzione è ancora utile ai nostri giorni?

26 novembre 2011, di   Stampa articolo Segnala articolo  

aula-universitaria“Scuola? E a che serve?” è la risposta di un adolescente italiano su due se gli si domanda qual è l’utilità della formazione secondaria superiore. Un’ideologia legata, questa volta, non alla svogliatezza generica tipica degli studenti da sempre, ma alla crisi dilagante e ai tagli all’istruzione, al precariato e alla dilagante disoccupazione: lo stato non dà modo ai suoi giovani di credere nella scuola. Ciò risulta particolarmente evidente se si confrontano i risultati dell’Italia con quelli di altri stati europei: ben il 95% dei ragazzi tedeschi dichiarano di credere nell’istruzione, mentre in Spagna la percentuale è dell’83%.
Del resto, la scuola entusiasma chi ha dei sogni, ed ormai li abbiamo svenduti perché con i tempi che corrono ci mancava poco che lo stato non ci facesse pagare le tasse anche su quelli. Chi ha più spazio per i sogni, al giorno d’oggi, mentre si forma la categoria dei “nuovi poveri” di insegnanti precari, padri divorziati, operai all’osso o che protestano contro l’ennesima azienda in chiusura, laureati senza lavoro? Emblema dell’Italia di oggi è diventata, ormai, l’immagine dell’operaio attaccato con le unghie e con i denti ai suoi mille euro mensili che gli stanno sempre più stretti, costretto a pagare tasse sempre più alte oltre all’affitto o al mutuo, consapevole del fatto che basta una spesa occasionale per scombussolare la propria precaria condizione economica. Com’è possibile credere nella formazione scolastica quando, molto spesso, più titoli si possiede e meno possibilità si ha di essere assunti? Infatti, per un’ipotetica azienda, un laureato comporta un costo più elevato: ciò non è auspicabile con i tempi che corrono. Non a caso, il settore più colpito da questa “crisi della scuola” è proprio l’università: l’Italia, infatti, non solo deteneva già la percentuale di dottori più bassa d’Europa, ma ora è ulteriormente miniata da un forte calo delle iscrizioni agli atenei. Del resto, nel nostro paese solo il 66,9% dei laureati tra i 25 e i 34 anni riesce a trovare un lavoro, ed  tassi di disoccupazione più elevati si registrano proprio tra le lauree magistrali (le cosiddette “specializzazioni”, per intenderci): paradossalmente, più si studia –spendendo quindi energia, tempo e soldi da parte delle famiglie- più è difficile trovare un impiego stabile, oltre al fatto negli ultimi anni gli stipendi dei dottori è sceso del 5%, e quello dei dottori magistrali del 10%. Questo solo per i più fortunati: sempre più spesso, costretti dalla necessità, i laureati finiscono non solo per non svilupparsi nel settore entro il quale si sono applicati, ma accettano impieghi da diplomati, o peggio. Di fronte a tutto ciò, risulta spontaneo capire come mai i giovani non si iscrivono più all’università: qual è l’utilità della laurea se essa rimane solo un pezzo di carta in una bella cornice nel monolocale di un operaio? E se questo è il futuro che spetta a chi ha un sogno, allora può dirsi così gratificante possederne uno?

Sara Servadei

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