Pubblicato il: 22 agosto, 2011

L’infanzia non va più di moda

Nei panni dei grandiGli indiani d’america li chiamavano “riti di iniziazione”: una sorta di celebrazione del passaggio di un individuo dallo stato di bambino a quello di adulto. Esattamente così come nei film risalenti al primo novecento possiamo avvertire il cambiamento quando i personaggi -prima vestiti in magliette e pantaloncini- ora indossano, con una certa eccitazione, gli abiti eleganti e gessati di papà. Ebbene, ambientando quegli stessi filmati ai giorni nostri, sarebbe impossibile percepire la differenza, perché se da un lato la nostra società ha il pregio di essere stata la prima a scoprire e a dare un nome all’adolescenza, riconoscendone caratteristiche, pregi e difetti; essa ha però completamente cancellato l’infanzia tra le età della vita. A quanto pare, infatti, essere bambini non va più molto di moda: il tempo stringe, e bisogna fare tutto e subito. È questa l’opinione dei genitori di oggi, che spingono i figli a comportarsi come adulti già in età molto premature, pensando solo a far loro apparire come “i più richiesti” agli occhi del resto della società e non riflettendo, invece, sull’impatto che questo loro atteggiamento può avere sull’animo ancora infantile dei loro bambini. In questo, anche il web sembra giocare un ruolo sporco: internet ed i social network sono uno strumento utilissimo, ma diventano anche un’arma a doppio taglio se lasciati nelle mani di chi è ancora troppo immaturo per capire come gestirli. Se poi l’insegnamento che viene inculcato è quello che bisogna farsi vedere, allora il gioco è fatto: basta camuffare l’anno di nascita ed anche le piccole stelle in erba si ritrovano catapultate nel grande mondo della rete e possibili prede di adescatori e malintenzionati. Ma sono rischi che si possono correre pur di far diventare i nostri figli dei numeri uno: li facciamo crescere nell’ovatta perché non si sbuccino le ginocchia e non possiamo di certo accettare che da grandi diventino persone qualunque. A queste nuove esigenze dei genitori di oggi rispondono i talent show di vario tipo, o, ancor peggio, il pagamento di fior di quattrini affinché una casa discografica li faccia diventare delle star interplanetarie. In America, oramai la maggior parte delle idolatrie delle adolescenti si rivolge a “star” che hanno tredici o quattordici anni appena, e la mania si sta diffondendo anche in Italia. E, tra i pianti di chi “morirebbe” per loro e le critiche di chi li considera solo un insulto alla musica internazionale, nessuno li vede per quelli che sono: né idoli né minacce, ma semplici fantocci nelle mani di un mondo –quello degli adulti- troppo grande per loro per poter capire dove dei genitori troppo avventati li abbiano condotti. Carriere lampo, destinate ad esaurirsi in pochi anni, che lasciano la consapevolezza di essere già musicalmente finiti e, soprattutto, di essersi persi un’importantissima parte della propria vita: un’adolescenza spensierata, costellata solo dalle prime sofferenze amorose e non dalle questioni d’affari.

Sara Servadei

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