Pubblicato il: 30 ottobre, 2010

L’Università e le aspettative infrante

Tor_Vergata_Lettere_e_Filosofia

Siamo a Roma, all’università Tor Vergata, facoltà di lettere. Ci saranno le lauree a breve, e chi non è ancora riuscito in questo intento vaga per le aule per seguire le lezioni, o per riuscire a parlare con qualche professore. Ci sono studenti provenienti sia da tutta Italia che dalla capitale, e le motivazioni che li hanno spinti a questa scelta sono le più varie: la vicinanza a casa, la possibilità di frequentare una specialistica non presente in altre università, la fama di essere meno caotica della Sapienza. Molte sono le speranze che accompagnano questo percorso: realizzare i propri sogni, la possibilità di un lavoro prestigioso, la garanzia di un futuro migliore. Solo il tempo- e le esperienze di vita- potranno confermare se questa scelta sia stata giusta o meno; ma le aspettative nei confronti dell’università in quanto struttura che deve accogliere e aiutare gli studenti nel loro cammino è sicuramente infranta. Gli studenti si sentono a volte abbandonati a loro stessi e il loro giudizio sull’organizzazione dell’università in generale è negativo. Le aule vengono descritte come poco capienti, non sufficienti, inadeguate rispetto ai corsi che vi vengono tenuti, così come scarse sono considerate le risorse a disposizione. La struttura viene giudicata ben fatta(anche se da rinnovare), con un bar e un giardino esterno dove gli studenti possono trascorrere momenti di relax scambiandosi appunti ed opinioni, ma non c’è un’ aula dove poter studiare e la biblioteca, che supplisce in parte a questa necessità, è l’unico dei servizi dell’università maggiormente apprezzati. Voto negativo anche per la segreteria, che risulta spesso non in grado di risolvere i problemi e che, a detta di molti, dovrebbe avere orari di ricevimento più lunghi. Tutt’altro discorso, invece, per i professori, definiti disponibilissimi, puntuali, precisi; nessun problema con esami o ricevimenti nonostante, osservi qualcuno, “vengano in facoltà per beneficenza”. Il punto di vista di un professore universitario, docente di lingua russa, è concorde con quello degli studenti per quanto riguarda le aule e le nuove tecnologie, giudicati carenti; è negativo il giudizio sull’organizzazione dell’università in generale, definita “caotica, ridondante e dispersiva”, ma qualcosa si può ancora salvare, perché  “Stimola la crescita intellettuale, pone ai giovani degli obiettivi formativi, li mette spesso in confronto con docenti di adeguato livello culturale e umano che possono funzionare come modello”. Ho chiesto quindi cosa potrebbe renderla migliore: “In primo luogo l’orientamento verso il lavoro, oggi quasi assente, e di conseguenza il contatto diretto con aziende, enti, istituzioni pubbliche che possano costituire degli sbocchi professionali immediati per i laureati (senza naturalmente esercitare nessun controllo, diretto o indiretto, sulle università). Nel complesso il titolo universitario non gode di nessun prestigio, e certamente la questione va affrontata.” Gli studenti hanno un’ottima opinione dei docenti. Ma lui, in quanto tale, si sente tutelato dalle istituzioni? “No, a nessun titolo, se ci si riferisce al potere esecutivo e a quello legislativo, che si sono posti l’esplicito obiettivo di annientare l’università pubblica. Maggiore fiducia permane per il potere giudiziario.”

Anche gli studenti intervistati hanno lamentato gli scarsi contatti dell’università con il mondo del lavoro, visto ancora come orizzonte nebuloso. In una situazione di caos di corsi, di proteste, di riforme più o meno condivise,  di tagli più o meno necessari, di migliorie più o meno riuscite, rimane un solo punto fermo: le illusioni (inesorabilmente) svanite.

Mariangela Celiberti

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