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L’uomo che voleva volare

29 ottobre 2011, di   Stampa articolo Segnala articolo  

icaro“Uomo infelice! Anche tu condividi la mia stessa pazzia? Anche tu hai bevuto un sorso del veleno? Ascoltami – lasciami raccontare la mia storia, e getterai la coppa dalle tue labbra” scriveva Mary Shelley nel celebre romanzo Frankenstein nel lontano 1819. Lontano, si fa per dire: gli anni sono passati, eppure le malattie che affliggono l’anima dell’uomo sono sempre gli stessi, senza tempo, vecchi come il mondo. Quello che viene qui definito come “pazzia” altro non è se non la naturale voglia umana di fare ciò che in realtà è per lui innaturale. All’uomo sono sempre stati stretti i propri confini, e da sempre cerca di scavalcarli, di uscire dalla sfera delle proprie possibilità e fare qualcosa che gli permetta di arrivare dove nessuno era giunto mai. Purtroppo, però, l’umanità ci pone davanti dei limiti invalicabili, oltre ai quali la nostra fisicità e struttura in quanto esseri umani non ci permette di andare: e nonostante la storia insegni a fermarci prima di essi, l’uomo pare non volersi arrendere, ed ora più che mai, attraverso la scienza, cerca un modo per arrivare in alto. Insomma, l’uomo non si è ancora stancato di guardare le aquile librarsi nel cielo, l’uomo vuole volare: vuole provare l’emozione fulminea ed intensa di librarsi nel cielo azzurro mentre l’aria gli accarezza i capelli. Per questo in un famoso mito greco Icaro, figlio di Dedalo che aveva costruito il labirinto del Minotauro e con lui imprigionatovi all’interno, spiccò il volo indossano un paio di ali cucite con piume e cera. Ma qui il giovane, spinto ed estasiato dall’ebbrezza del volo, si avvicinò troppo al sole, che rappresenta allegoricamente il limite che l’uomo vuole ma non può raggiungere: il calore sciolse la cera delle ali distruggendo le piume, ed il ragazzo cadde in mare e morì. Una leggenda che è cronaca di questi giorni: Marco Simoncelli, 24 anni, pilota di Motogp, inseguendo la chimera del primo posto in gara in sella ad una moto che sfreccia ai 350 km/h, precipita e perde la vita: l’ennesima, amara vittima di una società che ha deciso di correre troppo veloce, e che non ha intenzione di fermarsi. Una società di uomini che ancora nel ventunesimo secolo, con nuovi mezzi e scoperte, cerca ancora di andare oltre al possibile: col casco probabilmente non si sente l’aria tra i capelli, ma l’asfalto che scorre sotto le ruote in un secondo, talmente veloce che pare voler cancellare l’attrito, e l’orizzonte del cielo che si avvicina in un secondo altro non sono se non la l’illusoria materializzazione del desiderio dell’uomo di andare oltre, questa volta usando i mezzi tecnologici più all’avanguardia. Dovremmo semplicemente arrenderci: non possiamo volare, e dovremmo anche smettere di provarci, visto che la morte pare essere il destino di chi cerca di sorvolare i limiti.

Forse l’uomo dovrebbe accontentarsi della felicità che ha, invece che cercare di sfidare il destino per cercare di ottenere qualcosa che mai potrà avere.

Sara Servadei

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