Pubblicato il: 20 Febbraio, 2009

La diversità che spaventa

multiculturalismoViviamo in un mondo occidentale che ama definirsi democratico, tollerante, egualitario. Eppure, sullo sfondo di un multiculturalismo dilagante, figlio di fenomeni migratori ai massimi storici, aumenta e impera sempre più la paura di chi, per lingua, religione, cultura, origine, è “diverso”. A volte, inconscia e repressa; altre, esplicita e violenta: in un modo o nell’altro, sempre, spaventosamente presente. Ci si guarda intorno e ci si accorge di essere immersi fino al collo in una realtà tremendamente ipocrita. “Razzista, io ? Non di certo!” ci sentiamo ripetere da chi accenna, con celato orgoglio, ad un atteggiamento di disprezzo del “diverso”. Ci si illude di non esserlo, per reprimerne la sensazione, per sfuggire al giudizio severo di una società perbenista, eppure anch’essa nutrita di falsità. C’è un disprezzo del “diverso” che risiede e irrompe nei tanti piccoli atti del nostro quotidiano, una forma di intolleranza inconscia, ma ugualmente pungente. Quella del XXI secolo è soprattutto una xenofobia che vive nel nostro linguaggio, nel modo di relazionarci con chi proviene da un’altra realtà. Ma non solo. C’è anche una paura dello straniero che porta ad agire al di fuori di ogni morale, con atti estremi, di sconvolgente crudeltà. Poi, quando ben poco si muove di fronte a governi che, tra giri di parole e leggi così sfacciatamente antidemocratiche, sembrano alimentare segretamente quel  “disprezzo dello straniero”, qualcosa, forse, comincia a non andare. In Italia, gli eventi degli ultimi giorni, sembrano essere diventati la voce altisonante di un razzismo che, in realtà, non è mai scomparso dalle coscienze. Sconvolti, o forse semplicemente straniati, ci troviamo di fronte ad episodi come quelli di ragazzi che “per scherzo” o “per noia” si divertono a dar fuoco ad immigrati, a manifestazioni e proteste apertamente razziste, inconcepibili nel 2009 in un Paese dell’UE che, almeno formalmente, si dichiara rispettoso e garante di ogni “diversità”.

Ma cosa c’è allora dietro tutto questo? Forse semplicemente un crescente senso di insicurezza legato ad una generalizzazione arbitraria che individua – spesso e volentieri – nello “straniero” l’origine principale degli sconvolgenti episodi di violenza, aggressioni, criminalità e quant’altro abbia caratterizzato la cronaca degli ultimi anni. Come se il male, fosse solo un’invenzione del “diverso”. In più, come se tutto questo non bastasse, non mancano mai le occasioni per fomentare, in una società occidentale troppo spesso acritica, sentimenti di intolleranza, disprezzo e repulsione nei confronti di ciò che non rientra nell’etichetta “occidentale”. Tra le ultime vergognose mosse, quella del deputato dell’estrema destra olandese Geert Wilders, autore del documentario “Fitna” (dall’arabo: “scontro”,”discordia”), dai forti contenuti anti-islamici che offendono il Corano e feriscono i musulmani. Per alcuni, come l’intellettuale olandese Ian Buruma, si tratterebbe ancora una volta di “una provocazione che cerca lo scontro e vuole aizzare le frange islamiche più estremiste”; per altri, dell’effetto di un multiculturalismo che spaventa. Un multiculturalismo nel quale, purtroppo, non si riesce più a cogliere l’incredibile ricchezza che scaturisce dalla “diversità”.

Francesca Licitra

One Response to “La diversità che spaventa”

  1. 1
    Gian Maria Says:

    Mi sa che, anche in uno spazio max di 3000 battute, si potrebbero fare analisi un po’ più ardite. Intanto perchè democrazia e uguaglianza di diritti (fatti salvi quelli dell’habeas corpus) non sono sinonimi. Democrazia significa solo che un governo viene eletto con libere elezioni popolari dagli aventi diritto. Ogni altra acquisizione di uguaglianza sociale è tutta da venire: per questo esistono una costituzione e dei codici legali. Immissioni incontrallate di immigrati non sono contemplate né nell’una né negli altri, tanto per essere fiscali – questo non vuol dire che bisogna bastonarli quando arrivano a Lampedusa o bruciarli tutti se una donna viene stuprata e uccisa da un rumeno a Roma, ma rimandarli indietro sì. Almeno fintanto che l’immigrazione clandestina rimane un reato. Ne va della stessa sopravvivenza del concetto debole di democrazia che questo articolo sostiene: democrazia non vuol dire ecumenismo.
    Inoltre, per quante imperfezioni e ingiustizie vi siano nelle gestioni degli stati democratici di stampo europeo, sono davvero i migliori per la vita e la prosperità di ogni individuo: bisognerebbe provare un po’ capital-comunismo cinese o di teoria delle caste indù o di segregazionismo islamico o di tribalismo africano prima di sputazzare egualitarismo spicciolo.
    Quando un’acquisizione come la democrazia moderna viene messa in crisi, se non a repentaglio, da immigrazioni incontrallate e fondamentalismi, occorre prendere provvedimenti seri, non lasciare che le cose seguano il proprio corso. Questo non implica né Guantanamo né la guerra in Iraq né le recrudescenze xenofobe dei partiti regionalisti, che stemmano solo da mancanza di determinazione politica nell’affrontare la questione immigrati. E la causa di quell’immobilismo è la confusione tra democrazia e egualitarismo che questo articolo ripropone.

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