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La Mafia sull’asse Palermo-Trapani
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Si sarebbe potuta scatenare una terrificante guerra di mafia se le forze dell’ordine non avessero interrotto le dinamiche interne a Cosa Nostra, con la recente operazione Perseo. Palermo e Trapani sono divise da una linea invalicabile e i rispettivi capi si spartivano i territori delle due provincie. Ma Matteo Messina Denaro aspirava al trono di capo dei capi, lasciato scoperto da Binnu Provenzano. Per questo, essere l’esponente di spicco della provincia trapanese non bastava: era giunto il momento di scendere su Palermo e abbattere i principali nemici, il clan Lo Piccolo, che soprattutto prima dell’arresto dei padrini Sandro e Salvatore avevano di fatto il comando di Palermo ed esercitavano una pesante influenza anche da dietro le sbarre del carcere. Il boss di Castelvetrano aveva anche l’appoggio di amici palermitani: diverse famiglie mafiose del capoluogo, nonché paesi come Borgetto, Montelepre e Gibellina. Ed infatti questi paesini, che tutti sapevano essere affiliati a Trapani, erano stati esclusi dalla riorganizzazione provinciale dei clan: la giusta punizione che i palermitani avevano stabilito per i traditori. Che non corra buon sangue tra i Lo Piccolo e Messina Denaro si ha la certezza attraverso le intercettazioni ambientali effettuate dai carabinieri il 25 ottobre 2007, solo dieci giorni prima dell’arresto a Giardinello dei boss di San Lorenzo. A svelare tutto e a chiarire agli inquirenti la situazione della cupola mafiosa sono le parole che si scambiano i gestori dell’albergo Villa Medea di Pioppo, dove si sono svolti a quanto pare diversi summit di mafia. “C’è sciarra tra quello di Castelvetrano e questo di Palermo”: un contrasto così forte che in una riunione organizzata dagli stessi gestori dell’hotel, Sandro Capizzi, figlio del boss che aveva il compito ricostruire la commissione provinciale di Cosa Nostra, non voleva che fosse presente un’esponente di Borgetto. Tre famiglie a Palermo non dovevano entrare completamente, “quelle di Gibellina, Borgetto e Montelepre: quelli erano di Trapani, non c’entravano niente. Non erano nessuno!”.
I boss di Borgetto (a 40 km dal capoluogo siciliano) volevano far scender Matteo Messina Denaro. “Se scendono loro, ti ricordi il giornale “L’ora”, che lo aprivi il pomeriggio e c’erano due, tre, quattro morti?” si ascolta in un’intercettazione. Ma se da un lato, si teme il pesante ritorno alle armi, dall’altro il latitante di Castelvetrano viene considerato troppo attendista dai suoi affiliati. “Se non si prende la responsabilità lui, chi se la deve prendere?”. Messina Denaro viene criticato, ma allo stesso tempo emerge la preoccupazione per la strategia espansionistica dei Lo Piccolo, che non erano ancora in gabbia e che si stavano imponendo su tutto il territorio palermitano. “A me la cosa non fa paura, perché io li conosco a tutti. Io a qualcuno lo farei saltare pulito pulito”. Gli inquirenti danno ancora la caccia a tre indagati che sono riusciti a sottrarsi alla cattura. Il principale ricercato è tuttavia Matteo Messina Denaro, che potrebbe adesso approfittare della situazione critica della cupola di Palermo.
Gianluca Ricupati
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