Pubblicato il: 25 Aprile, 2010

La mia vita nella speranza e nel terrore

“But my hopes and fears could not determine the value of my whole life. Here according to my philosophy, my hopes never sleep and my fears will remain dormant forever.” – Tashi D. Tsering

Tashi Dhondup Tsering ha 32 anni ed è nato ad Amdo, in Tibet, nel piccolo paesino di Kumber, che ha dato i natali al Dalai Lama. Lavorava come guida in India e in Nepal, ora vive in Svezia. Ed è sopravvissuto ad un incubo. Ha vissuto un incubo perché è tibetano, anche se lui afferma di aver realizzato la propria identità di tibetano solo dopo essere scappato dalla propria terra. Ed è scappato perché nei territori soggetti al potere cinese, i dissidenti politici vengono arrestati, detenuti per anni, sottoposti a torture fisiche e psicologiche, spesso uccisi. Nonostante la cautela degli organi di informazione e la censura da parte del governo cinese, le informazioni riescono a trapelare grazie ad internet. L’inferno esiste, e si trova su questa terra.

Quando è iniziato il tuo coinvolgimento nella causa tibetana?

«La prima volta che sono stato coinvolto è stato nel 1987 durante una protesta a Lhasa (Tibet). La polizia mise il mio nome in una “lista nera” e in seguito a ciò fui arrestato e tenuto in prigione per circa tre anni; ma ho iniziato ad interessarmi in maniera attiva e consapevole alla causa tibetana solo dopo aver lasciato il Tibet, dato che prima di allora era vietato parlarne e io stesso non conoscevo nulla di ciò che mi accadeva intorno né del passato del mio paese.

Dopo essere scappato da Lhasa, mi trasferii in un’altra città, dove conobbi molti giovani studenti che segretamente si battevano contro il governo cinese. Mi unii a loro ma fui preso arrestato e imprigionato nella prigione centrale di Kumbum, nell’Agosto del ’91. Sono stato liberato dopo due anni e sei mesi, durante i quali ho subito un trattamento speciale destinato a noi oppositori tibetani. Venivamo legati alle sedie e picchiati fino a quando perdevamo i sensi, ma siamo anche stati sottoposti a vessazioni e torture, ed umiliazioni di vario tipo (dalle docce gelate in pieno inverno alle scosse elettriche)».

Parliamo di diritti umani: secondo Amnesty International, i prigionieri politici vengono sottoposti a tortura, spesso morendo a causa delle percosse subite; ma questa è probabilmente solo la punta dell’iceberg. Come è possibile che ancora nel 2010 non si abbiano abbastanza informazioni su cosa succede ogni giorno in Tibet?

«Amnesty e molti gruppi umanitari non riescono ad essere realmente d’aiuto in Tibet. Forse si disinteressano alla mia terra a causa di interessi economici o più semplicemente i loro aiuti non arrivano fin qui. E purtroppo non credo che la situazione possa cambiare, soprattutto a livello istituzionale, perché tutti i paesi hanno interesse a mantenere buoni rapporti con la Cina. L’informazione è legata al “business”: quando succedono fatti eclatanti, i giornali e le televisioni ne parlano perché si tratta di notizie che vendono. Credo che il motivo per cui ultimamente si parli sempre meno della situazione in Tibet o nel Myanmar sia la perdita di interesse da parte della gente e quindi anche i media smettono di parlarne. E d’altro canto, diventa sempre più difficile reperire le informazioni».

Hai assistito a scene orrende durante la prigionia e durante la fuga, ma hai vissuto in uno dei posti più affascinanti al mondo; prevalgono i ricordi tristi legati alla tua esperienza in Tibet o quelli positivi?

«Non ho davvero nessuna storia positiva da raccontare, perché non ho ancora trovato la pace, ho solo imparato a sopravvivere all’orrore e agli incubi. Dopo la mia scarcerazione, nel Marzo del ’94, ho deciso di scappare in India e mi sono unito ad un gruppo di fuggiaschi come me. Abbiamo attraversato le montagne himalayane vagato nella neve, in condizioni estreme, patendo la fame ed il freddo. Quando nel ’98 sono tornato in Nepal sono stato immediatamente arrestato e condotto in un campo di lavoro dove ho subito ancora torture. Sono riuscito a scappare grazie all’aiuto di alcuni turisti. Mi dispiace non poter raccontare niente di buono, spero di poterlo fare un giorno, quando avrò trovato un meraviglioso posto dove godermi la vita e riposare».

Ornella Balsamo

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