Top

Stile e sventura: la principessa Bibesco

31 ottobre 2008, di Alice Briscese Coletti  Stampa articolo Segnala articolo  

bibesco Stile e sventura: la principessa BibescoC’era un tempo in cui le donne si abbigliavano con guanti e cappello; in cui i capelli raccolti o la pelle nuda di un polso diventavano vanto e dicerìa, erotismo e diniego. Frugando nel cesto di una bancarella di libri ho scoperto lei: Marthe Lucile Lahovary principessa Bibesco (1886-1973), écrivain français come recita la pietra tombale, «scrittrice perfetta – disse Proust – tanti artisti riuniti: uno scrittore, un profumiere, un decoratore, un musicista, uno scultore, un poeta», «bella e geniale», «le parole simili a gioielli incastonati». Figlia del ministro degli Esteri della Romania e moglie del terzo principe Bibesco, nata nei pressi di Bucarest, visse fin da bambina a Parigi e nel suo salotto transitò tutto il bel mondo dell’arte e della cultura, come Gèrard de Nerval, Anatole France e Marcel Proust, che conobbe nel 1911 a un ballo e a cui dedica tre libri: Au bal avec Marcel Proust (1928), Le Voyageur voilé (1947), La Duchesse de Guermantes, Laurie de Sade, comtesse de Chevigné (1950). Altre opere: Les Huits Paradis (1908), premio letterario da parte dell’Acadèmie Française, Alexandre l’Asiatique (1912), Isvor (1923), Catherine-Paris (1927), La Vie d’une Amitié (1951-’57), La Nymphe Europe (1960), Le confesseur et les poètes (1970) e Le Perroquet Vert (1924), oltre ad alcuni romanzi d’appendice, sfida letteraria mondana, pubblicati sotto lo psudonimo di Lucille Decaux e i 18 ritratti di donna commissionati da Vogue nel 1927, composti sulla scia della classica tradizione francese dei portraits, i cui titoli ne riflettono già l’eleganza e l’acutezza psicologica: Fabienne o la coscienza professionale, Cora o la diversità, Tiburce o la passione della maschera, Odette o non desiderare il vestito d’altri e così via, editi nel 2005 dalla Sellerio con il titolo Nobiltà dell’abito. La vita di Marthe scorre sul filo di tragici lutti: il fratello Georges morto da bambino, fantasma nutrito dagli inconsolabili genitori che ne perpetueranno all’infinito il culto necrofilo negando l’amore alle figlie, il suicidio del cugino Emmanuel nel 1915 e della sorella Marguerite nel 1918, nonché quello della madre. Tutti narrati nel romanzo fortemente autobiografico Il pappagallo verde (Sellerio, 1991), in odore di morte, surreali reincarnazioni generazionali e incesti sussurrati con decadente compiacimento. Ma la Principessa sopravvive alla valenza distruttiva della propria storia familiare, spezzandone l’eterno ritorno e avvisandoci che per lei «morire non sarebbe abbastanza: voglio anche gioire della mia vita». Troppo bella, troppo amata, troppo spavalda per non competere con il mondo.

Alice Briscese Coletti

Commenti

Inserisci un commento...
inoltre, puoi aggiungere un avatar.

Devi essere registrato per inserire un commento.

Bottom