Pubblicato il: 6 Febbraio, 2009

La tigre e la neve

latigreelaneveUn surreale matrimonio vede il piccolo diavolo Benigni presentarsi in mutande davanti all’amata che lo aspetta all’altare, per poi esclamare candidamente: “Come sono belle le donne quando hanno deciso di fare all’amore tra poco”. Così si apre La tigre e la neve, favola d’amore e di guerra firmata da Benigni e dal collaboratore di sempre Vincenzo Cerami. Lo scrittore confeziona una sceneggiatura perfettamente cucita addosso all’incontenibile Roberto, che qui veste i panni dello stralunato poeta Attilio – forse un omaggio al grande Attilio Bertolucci, padre di Bernardo e Giuseppe, che lanciò il comico toscano in scena e sullo schermo – un sognatore alieno dalla realtà e imprigionato dall’amore per Vittoria – interpretata dall’insostituibile moglie Nicoletta Braschi – una bella studiosa di letteratura che gli sfugge ad ogni occasione. Sarà proprio la poesia a farli ritrovare, durante un incontro col più grande poeta arabo vivente, Fuad, del quale la studiosa sta scrivendo la biografia. Il suo lavoro porterà la donna fino a Baghdad, nell’orrore della guerra, dove resterà vittima di un bombardamento angloamericano. Attilio, appresa la notizia dall’amico Fuad, parte immediatamente al seguito della Croce Rossa, fingendosi medico e affrontando mille pericoli pur di dare una possibilità di salvezza alla donna amata. Nella distruzione morale e materiale di una città ormai in ginocchio, l’uomo lotterà strenuamente con l’unica arma che conosce, l’amore, per sfuggire alle mine e alla disperazione; fin quando sarà paradossalmente lo squillo di un telefono cellulare a tradirlo. Sospettato di essere un soldato nemico, Attilio riesce a salvarsi all’urlo di “I’m a poet!” – usando ancora una volta la poesia come suo unico scudo di fronte alle miserie del reale – per poi essere fatto prigioniero degli Alleati. La sua battaglia è, però, già vinta quando Vittoria, completamente guarita, torna a casa ignara di chi le abbia salvato la vita. Con la sua incrollabile fede nell’amore, Attilio non riuscirà tuttavia a ridare la speranza all’amico Fuad – un Jean Reno che abilmente si destreggia tra l’italiano e l’arabo – che uscirà sconfitto dallo scontro con la triste realtà del suo amato paese in rovina. Benigni ci regala una prova d’attore ottima, senza troppe pretese parla solo di sentimenti con ingenuità e immediatezza, ci fa ridere e piangere riuscendo a non cadere mai nel convenzionale. Sulle note di Nicola Piovani – qui impreziosite dal cameo di Tom Waits, che durante l’immaginario matrimonio canta You can never hold back spring – l’inguaribile sentimentale Roberto rende splendido omaggio alla cultura musulmana, scevra dai più bassi integralismi, e al potere rigenerante della poesia, unica forza salvifica nell’odierno inferno dantesco dell’Iraq. E dal sommo poeta fino a Borges, Montale, Ungaretti e Yourcenaur – illustri protagonisti del sogno di Attilio – arriva a far breccia nei nostri cuori un canto d’amore che resta immutato nei secoli. Così la vita può tornare ad essere bella, come nei sogni di Roberto.

Elisabetta La Micela

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