Pubblicato il: 25 Marzo, 2008

La vita è un miracolo – Emir Kusturika

L’ondata tragicomica di Kusturika non smentisce i suoi effetti, nonostante questa volta le critiche lascino trapelare un entusiasmo a mala pena sufficiente. Uscito nel 2004, “La vita è un miracolo” incarna in pieno la poetica popolar-delirante del regista, i cui contrasti e miscugli fluiscono per la prima volta lungo andature dal romanticismo spiccatamente eroico.

Ambientato nella Bosnia del 1992, dilaniata dalla guerra civile, l’intreccio potrebbe essere scisso in due sequenze molto diverse. La prima va dal progetto di costruzione della ferrovia da parte di Luka, padre di un adolescente, aspirante calciatore, nonché marito di un’ex cantante lirica dai tratti grotteschi ai limiti della follia, fino alla partenza del figlio e alla temporanea scomparsa della moglie. La seconda fase, decisamente più coinvolgente, si protrae dall’arrivo di Sabaha, fragile “ninfetta” musulmana da barattare per liberare il figlio Milos, divenuto prigioniero di guerra, per concludersi con il ritorno di un ordine familiare ormai “infetto” di tragedia.

La prima parte della vicenda è diluita sulle nevrosi lunatico-psichedeliche della moglie di Luka. Il sobrio vivere di quest’ultimo funge da contrappeso per instaurare l’equilibrio domestico ai margini di una vecchia ferrovia da ricostruire. Scene ubriache e malconce, tipiche del regista, contrastano con la volontà di chi prende provvedimenti per definire le frontiere, organizzare la caccia agli orsi e presiedere ad una cerimonia politica in cui le convenzioni degenerano nel ridicolo di una lirica imbarazzante. Ancora una volta i fiaschi di vino contro una realtà che non si sceglie. Kusturika è il maestro dello scalpitare contro la storia e del cavare prima o poi il proprio ragno. L’occasione arriva sempre dagli eventi spiacevoli: Milos in prigione e Luka, affetto dall’inevitabile, s’innamora di Sabaha. Ha inizio il loro dionisiaco errare con bombe di guerra in sottofondo e letti volanti per sognare. La stessa neve macchiata e la sensazione dissacrante che ne deriva conducono al gran finale in cui il ritorno e l’addio, il piacere e il dolore si fondono in un unico gala dell’agrodolce misto all’attesa del prossimo treno. Questa volta, legati alle rotaie.

Tuttavia il ricorrente rapporto con il mondo animale, povero di coscienza, manterrà le simbologie di una tragedia riscattata dalla memoria. Ultimo e affranto come lo sguardo di un’asina inchiodata sui binari, il ricordo vuole morire. Eppure esso può ancora essere la chiave per sopravvivere. Ancora una volta l’occasione. Ancora una volta una natura che benedice e deride allo stesso tempo.

La vita di Kusturika è un miracolo non tanto per la meraviglia con cui si rigenera, quanto per l’apertura delle possibilità che dal nulla prendono significato e che allo stesso modo e nello stesso istante lo perdono. Nello spudorato limite degli eventi, in cui il poltrire del non senso sbadiglia verso i “perché” dell’uomo, un topo potrebbe essere l’artefice di un fatale incontro. Ciò che accade non è altro che la forma cosciente assunta dal caso: il miracolo di poter inventare un senso.

Marina Guerrisi

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