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Le nostre città sembrano ormai diventate entità angoscianti

18 ottobre 2010, di   Stampa articolo Segnala articolo  

Da Nicola Viola

Cara Redazione,

La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere ”. Così Franco Basaglia sintetizzava un problema insondabile come, d’altro canto, lo è la mente umana. Il 6 agosto scorso una signora di origine filippina, Emlou Arvesu, 41 anni, madre due figli, incontra la morte sul marciapiede di una qualsiasi strada di Milano, mentre si reca al lavoro nell’apparente normalità del mattino: uccisa a pugni da un uomo che non conosceva, fra la generale indifferenza dei passanti. Dalle prime notizie di stampa, da verificare naturalmente, emergerà che l’omicida aveva manifestato già segni di pericolosa aggressività nei giorni precedenti il delitto, oltre a fare probabilmente uso di psicofarmaci.

Forse neppure Samuel Beckett con il suo inquietante Teatro dell’assurdo, sarebbe stato in grado di concepire una morte così assurda, nella sua orrenda casualità. Le nostre città sembrano ormai diventate entità angoscianti, come i cupi paesaggi urbani dipinti da Ernst Kirchner agli inizi del ‘900: le note ‘Scene di strada berlinesi’… percorse da volti gelidi, inespressivi, preoccupati solo di affrettare il passo, guardando innanzi a sé, nel vuoto. In fondo cambiano solo gli abiti, ma gli essere umani sono sempre gli stessi, siamo sempre gli stessi.

Purtroppo però non stiamo parlando né di un quadro e né di un’opera teatrale, ma di un omicidio reale (come reali sono i gravi episodi del tassista aggredito a Milano e della signora romena uccisa nella metropolitana di Roma di cui si discute in questi giorni) che non dovrebbe essere dimenticato e invece lo sarà prima di tutto dalle istituzioni, pronte a decodificare la tragedia secondo i demenziali canoni della cosiddetta ‘tragica fatalità’, poi sarà ‘rimosso’ dai mezzi d’informazione e così via. Fin quando ciascuno di noi non è toccato direttamente dalla violenza cieca ed immotivata, ci tranquillizza rimuovere tragedie simili, quasi alla stregua di un incidente stradale. Il Cardinale Tettamanzi, in occasione dei funerali della signora filippina, ha affermato « Vogliamo…una città dove tutti si sentono responsabili di tutti, accorgersi e intervenire per aiutare – nel possibile – una persona che per strada subisce violenza, non è mai intromissione in vicende private, ma segno di legami sociali veri e forti ». Bene, parole profonde, ma inascoltate dai più. La vita contemporanea non ci consente neppure un frammento di tempo per riflettere sulle parole di un alto prelato (quando ne vale la pena), siamo troppo ‘impegnati’ nelle varie faccende quotidiane per poter alzare gli occhi verso chi ha bisogno d’aiuto.

Vorrei porre all’attenzione della vostra giovane Redazione e dei suoi lettori, un problema divenuto ‘oscuro’ che mi pare sia troppo spesso banalizzato, o peggio, sotto considerato, relegato fra le ‘non priorità’ del momento, quasi un tabù. Penso che la società italiana abbia dato un grande esempio di civiltà nel chiudere gli ‘ospedali psichiatrici’, meglio conosciuti come ‘manicomi’, nel non lontano 1978. Questi lager non sono stati altro che il residuo storico di un modo d’intendere la malattia della mente, con le sue origini nel razionalismo dell’età moderna: il disagiato psichico non era ritenuto integrabile nelle ‘magnifiche sorti e progressive’ della nostra civiltà e, pertanto, doveva essere espulso dal contesto sociale ordinato e razionale. L’Italia è giunta, poco più di qualche decennio fa , e come sempre in ritardo, a comprendere che quei lager indegni andavano chiusi. Oggi, tuttavia, il tema si sta complicando: la legge n. 180/78 (nota come legge Basaglia) mostra evidenti limiti, sinistri scricchiolii, vuoti operativi, fra silenzi distratti e silenzi interessati. Lo Stato ha l’obbligo, e non semplicemente l’onere, di contemperare l’esigenza di curare in modo civile ed efficace la persona che soffre il disagio psichico, o psichiatrico, con quella di tutelare la vita dei cittadini, nella normalità della loro esistenza quotidiana. Un omicidio come quello della signora di Milano è intollerabile. Lo stesso Franco Basaglia, uomo di grande intelligenza ma con i limiti del suo tempo, avvertiva, già molti anni addietro, l’inefficacia di un determinato modus operandi nell’affrontare il problema, tant’è che affermò in un’intervista “Non è importante tanto il fatto che in futuro ci siano o meno manicomi e cliniche chiuse, è importante che noi adesso abbiamo provato che si può fare diversamente, ora sappiamo che c’è un altro modo di affrontare la questione; anche senza la costrizione”. Quest’ultimo inciso “anche senza la costrizione” lascia aperto un varco incerto e significa che in taluni casi, gravi o molto gravi, il trattamento sanitario obbligatorio potrebbe essere necessario anche contro la volontà del paziente; vuol dire che fra la tutela dell’incolumità fisica dei cittadini e la volontà di chi soffre, suo malgrado, il disagio mentale deve (o dovrebbe) prevalere la prima. Dovremmo comprendere, tutti, che la malattia psichica nel nostro tempo, già di per sé esasperato per tante ragioni, assume dimensioni sotterranee, non immediatamente individuabili e spesso connotate da un’apparente normalità. I fatti di cui siamo circondati sono già eloquenti e non voglio fare elenchi impropri e non necessari, ma non possiamo fingere che il problema non esista, come fanno quotidianamente quasi tutti i mass media. Franco Basaglia ci ha lasciato per sempre nell’agosto del 1980, trent’anni dopo sarebbe il caso di aprire una discussione nella società, magari seria, uscendo dalle anguste astrazioni ideologiche. Un esempio? Il 9 febbraio 2010 l’Unità, dopo la pregevole fiction RAI, dedicata al famoso psichiatra, commentava il personaggio con la tipica agiografia conseguente ad ogni programma televisivo incentrato su personaggi del passato, nulla di più, nessun approfondimento. Credo che, invece, ci vorrebbe un po’ più di serietà nell’affrontare un problema drammatico e credo anche che i mezzi d’informazione debbano essere meno superficiali su temi simili. La società italiana e le istituzioni dovrebbero riflettere sui dati statistici prodotti dall’Eurispes, nel 2003, dai quali emergeva un numero di morti pari a circa 3000, nello spazio di 25 anni dall’entrata in vigore della legge 180: fra omicidi o suicidi connessi direttamente od indirettamente al disturbo psichico non curato. Sono sufficienti per intervenire? Il nostro paese spende per la sanità mentale la metà, se non meno, in termini di Pil, di quanto spendono gli altri paesi UE, questa è la verità nascosta, ben occultata, dalla società cosiddetta normale. So che, ancora una volta, nessuno interverrà, troppi interessi gravitano intorno ad una legge fra l’altro applicata solo in parte. So che molti lavorano con grande impegno in questo delicato ambito, ma una società può dirsi civile soltanto quando riesce a garantire a tutti – e non solo ai fortunati – la possibilità di curare i disturbi della psiche, prima che la violenza si abbatta sulle famiglie e sulla società stessa.

16 ottobre 2010

Nicola Viola, Genova

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