Pubblicato il: 25 Agosto, 2009

Letteratura senza briglie

Letteratura senza briglie Un confine, una soglia, oltre i quali l’abisso, la perdita assoluta, o parziale, della percezione di se stessi…un vortice misterioso, velato, che poco per volta, avvolge, trascina, senza lasciare scampo.
Gli ‘altri’, i ‘diversi’, i bizzarri, i deboli di mente, gli indifesi o semplicemente i ‘bambini’ mai cresciuti… Eppure quegli individui malati nel momento in cui hanno la possibilità di scrivere non sono poi cosi’ distanti da quelli definiti ‘normali’….
Cos’è che segna quel confine? Chi è ed in base a quale criterio che non sia esclusivamente scientifico? La letteratura sotto questo aspetto diviene il luogo in cui l’anormalità, sancita dalla prassi sociale, dall’assetto conformista, canonico, della civiltà perbenista, assume i ‘tratti’ della normalità, della comprensibilità…divenendo ‘parola comunicativa’.
Di scrittori ‘folli’ è pieno il campo letterario:i nomi sono cospicui, noti…
E.A.POE si chiedeva se la follia non fosse in realtà un’intelligenza superiore, in grado di varcare i limiti del sublunare, della percezione immediata e nello stesso tempo superficiale del mondo circostante.
Maupassant conviveva con essa quotidianamente e riusciva a darvi persino un volto, una figura umana, un’immagine nitida: quella di un altro identico a se stesso.La personificazione della follia nell’individuo sdoppiato viene anche considerato da De Musset:
« Partout où j’ai voulu dormir,
Partout où j’ai voulu mourir,
Partout où j’ai touché la terre,
Sur ma route est venu s’asseoir
Un malheurex vetu de noir
Qui me ressemblait comme un frère »
( Lì dove ho voluto dormire,
lì dove ho voluto morire,
lì dove ho toccato terra,
sulla mia strada è venuto a sedersi
un infelice vestito di nero
che mi somigliava come un fratello).
(cit. da “Il doppio” di Otto Rank)

La follia quindi come un’ombra familiare, non sconosciuta, come una compagna, silenziosa ma presente. Sorprendente e struggente la consapevolezza in loro, nei ‘pazzi’, di quella condizione alienata rispetto alla ‘realtà’, al mondo…Questa consapevolezza, di non non comunicabilità con gli altri, è disarmante, lacerante:
“Il mio cervello è come
una lampadina
si accende di sera
si spegne la mattina”
C.C.
“(…)
la mia prigione è qui
col mio sorriso
fatto mio e suo
che mi permette di dormire
oltre quel pendolo
che ben sapete (…)”
C.L.
“Sono qui
nella mia prigione dorata
dono del buon Padre
che mi protegge
con la severità dei saggi”

L’esordio di questo componimento, esplicato nei versi appena citati, apre il varco ad una caterva di domande, perplessità, incomprensioni, nel rapporto tra fede e ragione, tra Dio e quell’uomo che non può riconoscerlo per mancanza di libero arbitrio. La la perplessità va oltre il vivere senza credere perché incapaci di capire, di sapere. Questa perplessità affonda le sue radici sulla considerazione che ne fece Dante nel suo poema ‘divino’, quando condannava coloro che non avevano la ragione con la pena dell’eterna non visione del volto di Dio…Chi non ha ragione non crede e quindi finisce all’inferno (in parole grossolane era questo che diceva Dante a tal proposito)… Anche in tutto ciò, in quei bambini mai cresciuti, in quegli uomini ‘selvaggi’ ribelli, s’intravede una sommessa consapevolezza:
“Ma è tardi. E’ sempre più tardi
a me forse non resteranno ami
a cui appigliarmi per cercare la salvezza
A me non resterà il Dio delle acque!
E’ il mare alleato del sole”

L.G.

Sabina Corsaro

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