Pubblicato il: 3 Luglio, 2009

Librino aspetta la sua ‘Porta della felicità’

la porta della bellezzaLa “Porta della Bellezza”taglia il quartiere di Librino, attraversando il muro dell’Asse dei servizi, al bivio tra il Villaggio Sant’Agata e il quartiere S. Giorgio. La raggiungiamo in un pomeriggio assolato, a poco più di un mese dalla sua inaugurazione. La mattina del 15 maggio erano qui l’intero quartiere e simbolicamente la città, con la presenza delle autorità civili e religiose. C’era Antonio Presti, mecenate d’artisti e presidente della Fondazione che ha voluto e finanziato il progetto. C’erano il sindaco Raffaele Stancanelli e soprattutto gli alunni e le loro famiglie. Protagonisti dell’evento sono stati questi duemila ragazzi degli istituti e degli oratori di Librino: sono loro gli autori delle novemila forme in terracotta che compongono le tredici opere monumentali, accompagnate da dodici brani poetici, e tutte incentrate sul tema della “Grande Madre”. Oggi “La Porta della Bellezza” è ancora lì, su questo cavalcavia un po’ fuori mano, tra le auto che passano incuranti. I lotti popolari sono distanti, vi si arriva in auto o andando a piedi per lungo tratto, come la gente del posto è abituata a fare. Leggiamo le citazioni di Dante, Luzi e Dickinson, di Caproni e Goethe, di Wilde, Leopardi e Gibran. Chissà quanti di questi ragazzi e ragazze si fermeranno a leggerle. Non possiamo fare a meno di chiederci se simili installazioni sarebbero state apprezzate e rispettate nel Centro storico. Immaginiamo che, se fosse stata realizzata nei ‘quartieri alti’, oggi la “Porta della Bellezza” apparirebbe già violata e imbrattata dai ‘graffitari’. Qui è integra. Librino ha quasi centomila abitanti, a fronte dei trecentocinquantamila del Comune etneo. Kenzo Tange, il progettista giapponese che trent’anni fa l’ha ideata, pensava a una nuova città, a una “città satellite”, non a un quartiere marginale e degradato. Aveva visto giusto, perché qui ci sono vasti spazi ancora inutilizzati e aree verdi, ai margini dei viali che costeggiano i palazzi. In queste terre a sud-ovest, poteva espandersi l’area metropolitana di Catania, e non nell’ormai congestionato hinterland di nord- est. La città avrebbe potuto trovarvi la sua nuova vocazione economica, all’incrocio tra l’Aeroporto di Fontanarossa, la Zona industriale e il Porto. Invece, si è scelto di fare del quartiere un’enorme terra d’abusivismo: l’obiettivo era scambiare assegnazioni d’alloggi popolari ed esenzioni d’imposte, giustificate dalle mancate erogazioni di servizi elementari, con voti e appoggi clientelari. Non è Tange il responsabile di questo sfacelo urbanistico, ma una classe politico-amministrativa che ha deciso di fondare le proprie fortune elettorali sulla negazione dei diritti di un terzo della cittadinanza catanese. Basterebbe realizzare nel quartiere centri ricreativi, biblioteche, cinema e giardini pubblici. Perché non dotarlo di un’amministrazione autonoma, magari approfittandone per realizzare un vero decentramento per l’intero Comune? Gli “autonomisti” lo spieghino.

Enrico Sciuto

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